Succhiami il cazzo cornuto, il club privé

Succhiami il cazzo cornuto, il club privé

Succhiami il cazzo cornuto, il club privé

Per cominciare questa nuova e trasgressiva vita sessuale scegliemmo di frequentare un club privé. L’idea di incontri al buio tramite Internet ci preoccupava.
Il club invece era uno spazio protetto in cui avremmo potuto conoscere direttamente, e non virtualmente, le persone da coinvolgere. Non avevo mai visitato un club privé.
Come in una discesa agli inferi, per entrare, dovemmo scendere delle scale. Dopo averci chiesto con tatto i documenti, l’addetta alla reception, una donna piacente e stagionata, con discrezione si informò se conoscessimo questo tipo di locali. Rispondemmo di no. Giorgio mentiva.
Ignara la signora ci spiegò due o tre fondamentali regole del locale e ci condusse in una sala dominata dal bancone del bar. Nel tragitto, percorrendo un corridoio poco illuminato, ebbi la sensazione che noi fossimo gli unici avventori.
Una volta entrati nella sala del bar del club privé ci accolse un arredamento fastoso, velluti rossi e tendaggi, moquette e luci basse, statue di gesso, nude naturalmente. Alcune coppie sedute su alti sgabelli, chiacchieravano amabilmente, mentre la nostra accompagnatrice ci affidò ad una cameriera, che ci condusse in un vasto salotto tutto divani e sapiente penombra.
Al centro, la pista da ballo, in fondo un deejay che ravvivava l’ambiente con commenti salaci e musiche alla moda.
Altre coppie sedute che dialogavano, alcuni uomini soli, che Giorgio chiamò singoli, anche se magari a casa avevano una moglie ad attenderli. In quel frangente, però, erano singoli e disponibili per me. Mi guardavo intorno. Danze, musica, chiacchiere, un bicchiere tra le dita, sguardi che perlustravano…
In fondo alla sala, c’era un ingresso defilato. Non lo notai subito, ma solo seguendo il movimento di una coppia e di un paio di singoli, che sparirono con naturalezza furtiva attraverso quell’uscio.
La mia curiosità per il sesso, il mio esibizionismo, la mia vivacità si accesero. Fibrillavo. Giorgio mi invitò a ballare. Indossavo un elegante abito nero che mi copriva appena il ginocchio. La mia bellezza non passò inosservata. Non poteva accadere. Ci sono abituata. Ovunque vada c’è gente che rimane con la frase in sospeso, lo sguardo fisso. È un piacere e una tortura. Dialogare con una persona che continua a percorrere con lo sguardo il mio corpo e che spesso mi costringe a ripetere ciò che dico perché non capisce, è un tormento. Un gruppo di singoli seduti su un divano si lanciarono in commenti al cui centro c’ero evidentemente io, le mie gambe affusolate, il mio culo alto e sodo, il mio seno prorompente.
Già pregustavano in me la preda. Ma si sbagliavano. Non mi avrebbero posseduta. Non loro. Giorgio, danzando un lento sollevò il mio abitino mostrando loro il mio culo. Le sue mani mi massaggiavano sensualmente le natiche. Sentivo contro il ventre il suo cazzo duro. Mi sussurrava porcate, mi invitava a guardare quegli uomini, a farli impazzire, ad osservare come si toccavano la patta quasi oscenamente, come per mostrarmi la mercanzia. Scivolammo danzando, danzando, lungo la sala fino all’ingresso del vero e proprio privé. C’era un silenzio d’acquario.
Dislocate nei punti più protetti delle salette, vedevo coppie scivolare pian piano verso l’amplesso. Le osservammo. Un singolo, dal bel fisico fotteva la moglie di un altro. All’improvviso sentii una mano forte e robusta sul mio culo. Mi voltai di scatto, appena in tempo per vedere la mano di Giorgio lasciare il polso dell’uomo che mi toccava. Porco! Il mio uomo aveva appoggiato la mano di quell’uomo sulla mia natica. Aveva offerto il mio corpo ad un altro. Lo guardai, e lui mi sussurrò di non preoccuparmi, di lasciar fare. Voleva essere umiliato? Lo avrei accontentato. Rimasi ferma gustandomi quel tocco deciso.
L’uomo prendendomi per mano mi invitò in un’altra sala dove vi era un lettone rotondo. Qui, una ragazza si lasciava penetrare con la devozione di una cagnetta. Un maschio la possedeva con forza. Giorgio mi era a fianco e mi osservava. L’uomo cui mi aveva affidata mi fece accomodare su un divano prospiciente il lettone. Era abile, esperto. Ci sapeva fare perché riuscì subito a farmi sentire a mio agio: «Sei meravigliosa, la ragazza più bella che abbia mai visto. Grazie perché mi concedi di toccarti.» Da dove saltava fuori questo maschio piacente anche se un po’ corpulento? Nelle altre sale non lo avevo notato. Il profumo della sua pelle era inebriante. Poi si dedicò alle mie gambe. Scivolò in ginocchio tra le mie cosce e con tocco delicato le divaricò.
Non so come, né quando, ma mi trovai la sua lingua sugli slip all’altezza della fica. Li mordicchiava e mordicchiava le mie labbra vaginali attraverso il tessuto. «Come sei buona, hai un profumo meraviglioso.» Ero in estasi, non ero in grado di parlare. Cercai con lo sguardo Giorgio, lo vidi appoggiato al muro, si massaggiava il cazzo già fuori dai pantaloni. Era l’inizio di una sega. Aveva lo sguardo rapito. Mi osservava con un’indescrivibile intensità. Neppure nel più eccitato dei guardoni avevo mai letto un simile sguardo. Gelosia, eccitazione, amore, senso della perdita, umiliazione tutto si fondeva nel suo sguardo. Un uomo stava per farlo cornuto, per prendersi la sua donna, per fottergliela sotto gli occhi. Volevo osservarlo, incrociare il suo sguardo, ma ormai faticavo a rimanere lucida, perché il maschio, spostati gli slip, si era tuffato in un delicato cunnilingus. La sua lingua scorreva lungo tutta l’imboccatura della fica, si soffermava a titillare la clitoride, per poi indurirsi e penetrare tra le labbra ormai bagnatissime. Leccava stupendamente. Una lingua così sapiente non l’avevo mai provata. Ero in sua completa balìa. Giorgio ci raggiunse e tentò di cacciarmi l’uccello in bocca, quasi a voler riaffermare il proprio possesso, ma ero così rapita da non riuscire più a prestare attenzione alla sua presenza. Tutto il mio corpo vibrava sulla punta di quella lingua maschile.
«Ti piace quello che ti fa?» mi chiese Giorgio, forse per rientrare in un gioco da cui si sentiva escluso.
«Sì, è meraviglioso.» biascicai.
«Mi stai tradendo, troia.» sibilò.
«Sì! Amore ti sto tradendo, stai diventando cornuto.»
«Ti amo Debora. Ti amo!»
«Ah, amore, come mi lecca bene. Se questo è farti cornuto, mi piace da morire. Te le farò spesso le corna.»
Dopo non potei più parlare. Il maschio, quasi infastidito dal dialogo tra me e il mio uomo, si umettò il dito e lo introdusse delicatamente nel mio ano. Chiusa nella morsa della lingua che ormai leccava solo la clitoride, del dito che mi penetrava il culo e del linguaggio sconcio di Giorgio, raggiunsi l’orgasmo. Intenso, prolungato. Tutto il mio corpo spasimava, gridai, indifferente alla presenza degli altri clienti del locale. Gridai: «Godo, godo… vengo. Ahhh. Mi fate morire… morire… Ahhhh!»
Un orgasmo eterno e devastato dagli spasmi del corpo. Senza dubbio uno degli orgasmi più intensi che avessi mai provato. E senza penetrazione vaginale. Era la prima volta che un uomo che non amavo mi procurava un orgasmo. Era come perdere la seconda verginità. Non lo credevo possibile. Fino a quel giorno avevo associato il piacere all’amore, e pensavo che solo l’amore fosse all’origine dell’orgasmo.
Il mio corpo si scosse ancora un po’, poi distrutta mi accasciai sul divano. Il maschio si sollevò, si accomodò di fianco a me, nello spazio che avevo lasciato libero, poi mi sussurrò: «Un orgasmo così non l’ho mai visto. Sei meravigliosa.»
Dopo qualche secondo, risposi a fior di labbra: «Ti ringrazio. È tutto merito della tua abilità e della tua lingua.»
Si presentò con il nome di Shamal, un nome d’arte ovviamente. Era un porno attore professionista, amico del proprietario del locale. Lo rivedemmo il sabato successivo. La seconda volta mi chiavò come non mai. Giorgio, nudo e sdraiato di fianco a noi, ci osservava ansimare e godere.
Ebbi numerosi orgasmi, tutti sconvolgenti. Aveva un cazzo che era un martello pneumatico. Mi tenne sotto per almeno tre ore e mi fotteva con tale maestria che, schiacciati dall’impari confronto nessun singolo ebbe il coraggio di avvicinarsi o di insinuarsi.
Il nostro furibondo amplesso fu lo spettacolo della serata. Molti, affascinati, si erano disposti ai bordi della sala per osservare meglio. Giorgio, indifferente alla presenza degli altri, era con la testa all’altezza dell’inguine di Shamal e cercava di osservare bene ciò che accadeva, di vedere bene la penetrazione, come se dall’osservazione del cazzo di Shamal, che entrava e usciva da me, egli potesse stabilire con precisione l’intensità del mio piacere, come se potesse misurare l’orgasmo.
Scrutava la cappella del maschio che si infilava e si sfilava dalla mia fica. Voleva capire, sapere fino a dove me lo spingeva dentro. Cercava di collegare nella mente i miei gemiti all’immagine del mio corpo squassato dai colpi di maglio dello stallone e di verificare se ad ogni affondo corrispondeva un gemito, o se ci fosse una leggera sfasatura. Shamal mi possedette per ore, facendomi cambiare più volte posizione, persino lui in piedi e io impalata sul suo cazzo durissimo. Ci mancava solo che gli astanti battessero le mani. Ma non potevano, erano troppo impegnati a spararsi seghe o a sditalinare la moglie del vicino. Giorgio godeva sia nel vedermi così chiavata, montata, fottuta, sfondata, sia nell’immaginare che tutti lo considerassero cornuto. Lo stesso Shamal, salutandoci all’uscita del club privé, disse: «Alla prossima, mia dea; alla prossima, cornuto».

Continua….

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