Succhiami il cazzo cornuto, una nerchia da capogiro

Succhiami il cazzo cornuto, una nerchia da capogiro

Succhiami il cazzo cornuto, una nerchia da capogiro

È l’alba. Una luce rosa invade delicatamente la camera. Alberto dorme beato alla mia destra. Alla mia sinistra dorme Giorgio. Non so come raccontare a Giorgio ciò che è accaduto, ciò che mi ha convinta a concedermi al suo principale. Perché da spiegare è un po’ difficile.
Potrei limitarmi a riferire le cose che Alberto mi ha detto, ma non sarebbero sufficienti per spiegare una così repentina disponibilità. In fondo avrei potuto negare tutto, opporre una maggiore resistenza. Potrei dire che l’ho fatto per lui; che quando mi sono accorta di come fosse grosso l’uccello del suo capo ho pensato che gli sarebbe piaciuto vederlo in azione dentro e fuori dalla mia fica. E lui potrebbe chiedermi se mi sono resa conto delle pericolose implicazioni professionali. Io ribatterei che se questo argomento non valeva per Marco, visto che è un mio collega, non può essere valido per il suo capo. È una questione di pari dignità professionale. Non solo io devo rischiare la carriera professionale per compiacere un cornuto voglioso di esserlo. Se dicessi questo rischieremmo la rottura. E io non la voglio, una rottura. Potrei tagliare corto facendogli notare che comunque lui si è goduto lo spettacolo delle mie cosce aperte per il suo capo e ha sborrato abbondantemente.
Quello che non posso fare è confessare che il contatto di quella grossa nerchia contro la pancia, durante il ballo, mi ha tolto ogni forza di volontà. Avevo solo voglia di farmi chiavare da lui, dal possessore di quella nerchia, che per grossezza mi ricordava quella dell’indimenticato Marco. Temo di non poter ammettere che, coito dopo coito, amplesso dopo amplesso, sta affiorando una mia nuova natura, forse la più vera. Scopo volentieri davanti a Giorgio, ma ho la sensazione che ora potrei farlo anche senza di lui. È proprio vero che attraverso il sesso noi scopriamo noi stessi. Mentre attendo che si sveglino e giunga l’ora del ritorno a casa, ripercorro con la mente tutti gli eventi della serata. Una volta terminata la cena, Alberto mi ha chiesto un altro ballo. Questa volta però suonavano una musica suadente e lenta, così dovevamo stringerci l’un l’altro. Lui, approfittando della vicinanza ha cominciato a far salire e scendere lungo la mia schiena i polpastrelli. Bel tocco, niente da dire. Delicato, ma non autorizzato. Oltretutto, man mano che prendeva coraggio allungava la corsa verso il basso, fino a sfiorarmi il culo. Non posso negarlo, mi piaceva molto quel suo tocco, ma eravamo in un salone tra altri ballerini, e io ero lì con Giorgio. Non era il caso che mi lasciassi palpeggiare dal principale del mio uomo davanti a tutti i suoi dipendenti e relative consorti? All’improvviso, lui mi ha stretta a sé fino a premere il cazzo contro la mia pancia. Ho avuto un sussulto quando l’ho sentito. Ho intuito subito che doveva trattarsi di un membro di notevoli dimensioni. Mi piaceva e sapevo che sarebbe piaciuto anche a Giorgio, se lo avesse saputo, ma non potevamo andare oltre in una situazione così pubblica. Tutti i colleghi del mio uomo avrebbero capito ciò che stava accadendo. Avrebbero visto le corna di Giorgio crescere in diretta. Come sarebbe potuto tornare in ufficio facendo finta di nulla? Sarebbe stato deriso anche dall’ultimo degli uscieri.

«Vedi quale miracolo si sta compiendo grazie a te?» così mi ha detto Alberto. «A noi cinquantenni non capita spesso che una donna ci provochi un’erezione. Deve essere proprio bella. E, come vedi, tu lo sei.»

«Più che vedere lo sento. Ma non ti stai spingendo troppo oltre?»

«Perché? In fondo non sto facendo altro che farti i complimenti con il mio corpo. Non c’è nulla di male.»

«Un modo un po’ invadente, direi. Il mio parere non conta?»

«Certo che conta. Infatti, io spero che i miei omaggi ti piacciano, anche se non sono floreali.»

«E tu sei abituato a rendere omaggio in questo modo ovunque, indipendentemente dal luogo, dal numero di persone e dalla presenza del partner?»

«Alla mia età, non si ha più troppo tempo per badare alle quisquilie. Se devo scegliere tra la mia eccitazione e il luogo in cui mi trovo, non ho dubbi. Non posso più averne. Il numero di persone è irrilevante allo stesso modo, quando si ha tra le braccia una ragazza affascinante come te. Il tuo partner, il tuo Giorgio, non è un problema. A lui piace vederti chiavare con dei veri maschi.» Quest’ultima frase l’ha accompagnata con una poderosa spinta del cazzo contro il mio ventre, mentre la mano mi arpionava con decisione una natica. Come ha saputo dei gusti di Giorgio? Come li ha scoperti? Volevo indagare, ma non sapevo come fare.

«E queste tue idee, ti autorizzano a scoparmi in mezzo ad un salone affollato di tuoi dipendenti? Non credi che per rispetto verso di me e verso il tuo principale collaboratore, dovresti usare più tatto? Le donne non vanno prese, ma conquistate. Mostrami il tuo fascino anziché la tua arroganza. Così avrai più chance di possedermi.» Ho tralasciato deliberatamente la questione del piacere cuckold di Giorgio. Lui è parso colpito dal mio discorso. Ha annaspato per qualche secondo.

«Marco ti ha affascinata con il suo charme, o con il suo grosso cazzo? Sei una donna di classe, ma so che sotto sotto c’è una gran bella femmina sensuale. Credi che non sappia cosa avete combinato? Credi che non sappia che ti ha montata mentre il tuo uomo si masturbava?»

«Vedo che hai scelto di affascinarmi. Sei un vero signore!» Il suo tono, così simile a quello con cui Marco ci soggiogava entrambi, mi stava facendo bagnare. Non mi piace essere trattata così e mi piace ancor meno che il mio corpo non rispetti la mia volontà, che mi tradisca così subdolamente. Prima che potesse dire altre sciocchezze, ho ripreso:

«Senti, se dobbiamo parlare almeno andiamo in un posto più discreto.»

«Va bene. Andiamo in giardino. Una passeggiata ci farà bene.»

Allontanandomi, sono riuscita ad incontrare lo sguardo di Giorgio e fargli un cenno, come per dire: «Seguimi!»

«Scusami per il tono di prima – ha esordito Alberto – ma averti tra le braccia mi fa salire il sangue al cervello. L’idea che tu sia di Giorgio e che Marco abbia potuto possederti a suo piacimento mi fa impazzire di gelosia. Per fortuna non lavori nel mio studio, se no sarei già innamorato pazzo di te, dei tuoi lunghi capelli biondi, dei tuoi occhi azzurri e profondi, dei tuoi seni, delle tue gambe…»

«… e del mio culo, e della mia fica, e delle mie cosce… Puoi dire qualcosa di meno banale?»

«Ti prego – ha ripreso lui – non umiliarmi, non umiliare un maschio che dal primo momento in cui ti ha vista ti ha adorata.»

«Come hai saputo di Marco?»

«Semplice, tu hai chiesto di spedirlo a Londra, e per paura dello scandalo che hai minacciato il tuo principale ti ha assecondata. Ma prima, lo ha convocato e si è fatto raccontare la sua versione dei fatti. Non so fin dove si sia spinto nei dettagli, ma ha rivelato i vostri amplessi e la presenza di Giorgio. Io e il tuo capo siamo colleghi e amici, giochiamo a tennis insieme e pranziamo spesso insieme, perciò mi ha confidato tutta la vicenda, compreso il bel pompino che gli hai elargito. Mi ha detto che lo succhi divinamente. Ora, capisci che stasera, appena ti ho vista, sapendo ciò che sapevo, e a causa della tua bellezza, ho perso subito la testa per te, lasciandomi andare ad atteggiamenti che solitamente non sono miei e che ti hanno infastidita.» Appena terminata la frase, si è estratto il grosso uccello eretto: «Vedi cosa mi fai? Mi ridoni la vita. Hai idea da quanto tempo io non ho a che fare con una donna bella come te?»

Stupita dal gesto repentino, mi sono guardata intorno e mi sono resa conto che mi aveva condotta in un angolo molto appartato del giardino, circondato da siepi propizie.

«Non mi freghi vecchio puttaniere. Tu hai belle ragazze ogni volta che vuoi, gratis o a pagamento.»

«Ti prego, toccamelo, fammi almeno una sega. Dammi la pace dei sensi.»

Sentivo bene che il suo tono era ironico, che non credeva ad una sola parola della sua implorazione. Voleva solo che glielo prendessi in mano. In effetti, guardandolo, mi sono resa conto che aveva proprio un bel cazzo. Come quello di Marco, solo un po’ più corto. Dietro un cespuglio ho intravisto Giorgio. Era riuscito a seguirmi, come gli avevo chiesto. Allora mi sono decisa. Potevo fare altro? Un mio rifiuto non avrebbe compromesso la carriera del mio uomo? Non mi restava che sacrificarmi piacevolmente. L’ho toccato timidamente, poi l’ho afferrato saldamente. Lui biascicava parole spezzate: «Sì, dai, così, brava… come lo tocchi ben… hai… la mano… di… velluto.» Mano di velluto, bel complimento, ho pensato. Così mi sono sollevata l’abito e mi sono inginocchiata nell’erba per prenderglielo in bocca. Bella nerchia. Dura, consistente, robusta, curata, pulita, come piace a me. Ho cominciato a ingoiare tutta la cappella. Poi l’ho estratta e gli ho fatto provare il brivido della saliva che si asciuga con l’aria fresca della notte. Sentivo lo sguardo di Giorgio. Stavo facendolo cornuto per l’ennesima volta e lo facevo con gusto. Dire che lo facessi solo per lui sarebbe una bugia, molto grossa. Stavo diventando puttana fino al midollo. Come se nell’assecondare il suo desiderio io stessi scoprendo anche la mia vera natura. Sono una puttanella vogliosa di cazzo e sono fortunata perché il mio uomo è mio complice, così come io sono complice nell’assecondare il suo desiderio feroce di sentirsi cornuto, il suo desiderio di vedere altri uomini che mi fottono duramente, che mi profanano senza pietà. In ogni buco. Il senso di vuoto derivante dalla partenza di Marco, in quel momento – mentre succhiavo il cazzo al suo capo – io e Giorgio non lo sentivamo più, perché il gioco in cui stavamo entrando era altrettanto torbido, pericoloso. Quell’uomo, che mi stava bloccando la testa affinché ingoiassi tutto il suo enorme cazzo, poteva sputtanarci nel nostro ambiente. Rivelare a tutti quali giochi sessuali praticassimo. Se lo avesse confidato all’usciere, questi avrebbe potuto salutare ogni mattina il mio uomo con un bel: «Buongiorno, signor cornuto». Oppure raccontarlo ad altri. Non c’è nulla che si diffonda più velocemente di un segreto. Di lì a poco Giorgio sarebbe stato soprannominato “il cornuto”. Certo, lui lo vuole, lo desidera ardentemente, ma fino a quale punto è disposto a spingersi, quale prezzo è disposto a pagare per le sue corna? Sarebbe contento di essere sputtanato pubblicamente? Sarebbe contento che si sapesse in giro che non ha un cazzo molto grosso e che la sua ragazza per provare piacere si rivolge a maschi superdotati? E tutto questo per causa mia. In quel momento, mentre succhiavo l’uccello al suo capo, la sua umiliazione di cornuto stava aumentando a dismisura come le corna di un cervo.

E io, cos’ero disposta a pagare per la nomea di troia che mi stavo costruendo per far contento il mio uomo? Fino a qualche mese fa ero considerata bella e irraggiungibile, ma una volta che anche l’ultimo dei fattorini fosse stato al corrente della mia disponibilità, cosa sarebbe accaduto? Come sarebbero cambiati i comportamenti intorno a me? Quante volte gli uomini si sarebbero toccati oscenamente la patta per farmi capire che cos’erano disposti a offrirmi. E quante volte qualcuno avrebbe trovato il coraggio, in ascensore e a tu per tu, di sussurrarmi porcate del tipo: “Bonazza, te lo metterei ovunque”, “Debora, ti chiaverei tutta”, “ti riempirei la fica della mia sborra” o peggio “Bella gnocca, ti spaccherei il culo, te lo aprirei in due come un melone.” E poiché non sarei più, nella loro testa, una dea irraggiungibile, tutti si sentirebbero autorizzati a passare dal lei, cui sono costretti ora, al tu confidenziale, leggermente offensivo e degradante. Anche chi non mi potrebbe mai scopare si sentirebbe autorizzato a considerarmi, e forse a trattarmi come una puttana.

Interrompendo il pompino, Alberto si è sfilato dalla mia bocca e ha cercato di svestirmi, abbassando la cerniera per sfilarmi l’abito dall’alto. Cosa stava facendo? Mi voleva nuda nel giardino? L’ho fermato:

«Per favore, continuiamo in un posto più tranquillo, dove anch’io possa lasciarmi andare.»

«Scusami, hai ragione. Vieni con me.» Poi rivolgendosi come se parlasse ad un cespuglio, aggiunse: «Giorgio, esci da lì, credi che non ti abbia visto? Seguici. Io ho prenotato due camere comunicanti – previdente il porco, pensai – voi avete la camera 306 ed io la 308. Voi salite in camera come se foste stanchi. È prenotata a vostro nome. Io verrò nell’altra. Poi tu, Debora, e solo tu, mi raggiungerai nella mia camera, indossando solo la biancheria intima. Il tuo segaiolo non lo voglio tra le palle. Se vuole guardarci si trovi una postazione comoda, ma non si azzardi ad avvicinarsi a noi.» Giorgio veniva trattato come un guardone da parco, a cui si conceda di osservare a distanza lo spettacolo. Cazzo, questa – nella sua cerebralità – era un’umiliazione quasi più brutale di quelle patite con Marco. La situazione si faceva torbida ed eccitantissima.

In camera l’ho raggiunto indossando solo il reggiseno e gli slip. Mi ha tolto anche quelli e ha cominciato a frugarmi la fica con le dita, mentre in modo un po’ maldestro si spogliava. Aveva voglia di me, lo sentivo bene. Una volta scaldata per bene, mi ha fatta sdraiare sul letto e mi ha leccato la fica. Non capivo più nulla. Lo confesso, lì ho una sensibilità pazzesca, e lui abilmente l’ha scoperto subito. Dopo un orgasmo intenso procuratomi dalla sua lingua, Alberto mi ha cacciato tutto dentro il suo cazzo duro e grosso.

«Ah!… Sei enorme.»

«Già. Non sono minidotato come quel cornuto di Giorgio.»

Come lo sapeva? Capisco che Marco avesse raccontato ciò che era accaduto, ma possibile che avesse avuto il tempo di intrattenersi sulle scarse misure del cazzo del mio partner? La domanda è rimasta senza risposta, perché Alberto ha cominciato a fottermi con forza, fino a togliermi il respiro. La fica si è allargata per riceverlo meglio, per accoglierlo tutto. Poi ha accelerato sempre più. Fino al momento del fruscio della tenda che ha rivelato la vicinanza di Giorgio e alla sua ammissione per la visione in prima fila della monta.

Continua…

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