Succhiami il cazzo cornuto, umiliato ed abbandonato

Succhiami il cazzo cornuto, umiliato ed abbandonato

Succhiami il cazzo cornuto, umiliato ed abbandonato

Frugo nella borsa. Da qualche parte devo avere le chiavi del vecchio appartamento, quello in cui ho vissuto con Giorgio. Fuggendo come una ladra all’alba, per raggiungere Marco e il nostro viaggio in Grecia, le ho dimenticate in borsa. Devo restituirgliele. Gli mando un messaggio di posta elettronica per dirgli che passerò da casa a prendere un paio di abiti che ho lasciato là e che poi consegnerò le chiavi alla custode. Oggi è il giorno giusto, perché lui è Berlino per lavoro, non corro il rischio di incontrarlo. Troppo difficile incontrarsi e guardarsi negli occhi, almeno in questo periodo, forse un giorno sapremo essere amici.

Nella sua e-mail mi risponde con un laconico “fai pure”. Né un saluto di chiusura, né un’intestazione del tipo “Ciao Debora”. È molto incazzato e molto deluso. Lo capisco. In fondo anch’io sto deludendo me stessa. Sono fuggita con un uomo – lasciando quello che amo – solo perché ce l’ha più grosso e mi scopa meglio. Come sono ridotta? Credo che il motivo vero sia un altro: Marco mi fa sentire sessualmente realizzata, mi rende completamente femmina. D’altronde, professionalmente ho una carriera invidiabile, il reddito fortunatamente non manca. Mi mancava solo la pienezza sessuale che – grazie alle fantasie cuckold di Giorgio – ho trovato nelle capacità sessuali di Marco. Certo Giorgio dovrà riflettere sull’avermi spinta con il suo desiderio di corna, tra le braccia di Marco.

La custode mi saluta calorosamente, forse pensa che torni a vivere lì. Quando le confido che prendo un paio di cose e che poi le consegnerò le chiavi ci rimane male. «Signorina, torni. Mi scusi se mi permetto, so che non dovrei. Ma quell’uomo soffre troppo. Non lo lasci così.»

Salgo le scale, anziché prendere l’ascensore. Entro in casa. Tutto è apparentemente in ordine. La signora delle pulizie deve essere passata da poco. Con lo sguardo perlustro il soggiorno, poi per respingere la commozione mi dirigo verso la camera. Apro l’armadio, tiro fuori i miei vestiti, già racchiusi nelle buste portabiti, li appoggio sul letto, su quel letto che ha conosciuto i miei primi momenti felici. Devo andarmene se non voglio mettermi a piangere. Amo ancora Giorgio o amo il ricordo della nostra vita insieme? Vado in cucina per bere un bicchiere d’acqua. Al ritorno verso la camera passo di fianco al suo studio. La porta è aperta. Entro. Tutto è in un ordine che mi rassicura. Ritrovo tra quei libri una vita precedente, finita da un’eternità benché siano trascorsi pochi mesi. È un mondo perduto, pieno di gioia e di innocenza. Sulla scrivania vedo un quaderno con la copertina blu, lo apro distrattamente. Sfoglio alcune pagine. Il mio gesto è così distaccato che non mi rendo neppure conto di quanto io stia violando la privacy di un’altra persona. Leggo qualche frase. Mi fermo. La mia attenzione si risveglia. In tutta la pagina c’è una solo frase:

Debora… Debora, ti prego non lo fare?“.

La data è quella dell’alba in cui me ne sono andata. Segno che lui si era svegliato prima di me e già prevedeva, e temeva, la mia fuga.

Volto pagina, questa volta con una scritta fitta e tesa, Giorgio parla di me:

“Sono umiliato ed abbandonato, non so più cosa fare. Davvero! Da quando ho letto il biglietto con cui mi comunica che andrà in vacanza con Marco, trascorro giorni d’inferno, laceranti. Da un lato la rabbia, la paura di perderla, dall’altro una specie di eccitazione disperata. L’idea di lei nuda tra le sue braccia, aperta, avvinghiata a lui, mentre viene penetrata fino in fondo, mi sconvolge la mente e i sensi. La vedo in una camera dalle pareti bianche, il mare oltre la finestra, la luce del sole filtrata da una tenda leggera. Poca penombra affinché la bellezza dei loro corpi risplenda ancor più. succhiami-il-cazzo-cornuto-umiliato-ed-abbandonato-troiaLa pelle già dorata dal sole, quella sua pelle serica che amo alla follia. E lui, bello come un eroe greco, con quel grosso cazzo duro, con la pelle gocciolante dopo la doccia, si avvicina al letto dove lei nuda, languidamente lo attende. Lui si accosta al letto, lei si solleva su un gomito e gli bacia il cazzo. Marco piega il capo all’indietro e geme di piacere. La vedo, la vedo quella sua lingua dolcissima che lecca la cappella gonfia, che la ingoia tutta. Vedo lui che le blocca la nuca. Indifferenti al rumore del vento, alle grida dei ragazzi che giocano in riva al mare, loro sono nudi e si amano perduti nel loro mondo di piacere. La testa di lei comincia a succhiare bene il cazzo, con un movimento che glielo fa ingoiare quasi tutto e rilasciare fino al glande. Lui, ogni volta che lei gli scopre il glande, sente la brezza asciugargli la saliva. Loro sono là, e mi hanno lasciato qui da solo. L’eccitazione mi uccide. Non posso far altro che estrarre il cazzo e cominciare a masturbarmi. Fare una sega al mio cazzetto che è ben poca cosa rispetto allo scettro potente di Marco. È con quel tronco che mi ha rubato la donna, che l’ha portata via a me, e forse, mentre io sono qui a spararmi una sega, lui la sta chiavando. Immagino che il pompino sia terminato, che lei abbia bevuto tutta la sua sborra, quei poderosi fiotti di sperma le avranno riempito la bocca e se non voleva affogare, abbia dovuto deglutire tutto. D’altra parte lo so che lo avrà fatto con molto piacere. Gli è sempre piaciuto succhiare il cazzo di Marco.

O, Marco, perché la stai chiavando senza di me? Eravamo in tre, stavamo bene. Ciascuno di noi aveva un ruolo da recitare e un piacere da provare. Che male ti faceva la mia discreta presenza di cornuto e guardone umiliato? Era proprio necessario escludermi. Non ho forse obbedito ai tuoi ordini devotamente? Non ti ho leccato il cazzo o i piedi ogni volta che lo hai voluto? Non ti ho forse anche dato il mio culo, quando hai pensato bene di sfondarlo, non ho forse gridato sotto di te il mio dolore e il mio piacere? Perché non potevamo continuare così? Debora era la mia donna, tu la montavi e io guardavo. Non eri comunque tu quello che si prendeva il meglio?

Debora, Debora, perché lo hai fatto, mi hai umiliato? Perché mi hai lasciato qui da solo? La notte, nel letto, tra un periodo di insonnia e l’altro mi ritrovo con l’uccello in mano e mi masturbo in modo compulsivo. Da un lato lei mi manca da morire, dall’altro l’eccitazione mi distrugge. Ho la cappella irritata a furia di seghe. Ho appena sborrato e già sento di dover ricominciare perché immagino Debora alla pecorina in quella stanzetta greca, e Marco dietro di lei che la penetra tutta. Marco le contempla la schiena bellissima si eccita sempre più e sfila il cazzo dalla fica per infilarglielo nel culo. E questa volta non c’è alcun lubrificante a disposizione. Solo la saliva, la unge. Marco spinge forte, introducendo il suo forte cazzo, centimetro dopo centimetro, nel culo di Debora. Fino in fondo, fino a farla gemere di dolore. Poi prende a muoversi lentamente avanti e indietro. Quando finalmente sente che il suo culo ha ceduto, che si è ben adattato al suo poderoso nerchione, lo sfila e lo rimette in fica. Questo gioco di alternanza di buchi prosegue per un tempo che non si misura in minuti ma in gemiti di piacere. Debora – mentre io qui pensando a lei mi sego umiliato il cazzetto – gode ad ogni nuova introduzione del cazzo. Marco accelera, poi nella frenesia non si sfila più, rimane nel culo e spinge con durezza, decisione, letteralmente le spacca il culo. Lei, a dispetto della violenza che sembra subire, gode, gode, grida. Tutto l’albergo la sentirà, forse. E non so perché spero che anche alla reception sappiano che Marco non è il suo uomo, che immaginino che da qualche parte c’è un grande cornuto: che sappiano che il cornuto sono io. E in quel momento, contemporaneamente a loro, sborro, mi lavo il ventre di sperma. Mi sembra pure che da quando è partita con Marco, io abbia fiotti di sborra più copiosi e più potenti.”

Ho letto tutto d’un fiato ciò che ha scritto. Mi sono eccitata da morire, perché non so come, ma sembra che fosse in vacanza con noi. Ha indovinato tutto: il pompino, la penetrazione alternata dei miei buchi, lo sfondamento del mio culo alla pecorina. Sembra che da quando non vivo più con lui, Giorgio abbia sviluppato una sorta di telepatia. Per fortuna, quando ho detto alla custode che salivo qui, mi ha detto faccia con comodo, altrimenti adesso, insospettita, potrebbe salire e trovarmi qui nello studio di Giorgio, seduta nella sua poltrona, mentre mi sditalino come una matta leggendo le pagine del suo diario. Devo stare attenta a non macchiargli la sedia con gli umori del mio piacere. Sfoglio qualche altra pagina. So che non dovrei, ma come posso resistere?

Per due giorni ho visto Samantha.[Provo una fitta di gelosia, perché? Non dovrei.] È una vecchia amica che ha sempre avuto qualche mira su di me, ma finché c’era Debora, non osava provarci. La competizione era impari: la bellezza e lo charme di Debora contro l’abilità di una quarantenne che cerca di sconfiggere le insidie del tempo. La freschezza e la naturalezza, contro una bellezza costruita. Quando Debora era con me, non c’era spazio per nessun’altra, questo è il punto. È andato tutto bene, o quasi, fino al momento in cui ci siamo infilati nel letto. La prima notte ho evitato l’amplesso con la scusa che non sono ancora pronto per fare l’amore con un’altra donna. La seconda sera, tra le lenzuola, mentre lei nuda si strusciava contro di me e mi toccava il membro (e lei lo ha chiamato cazzo, non cazzetto) io mi sono messo a raccontarle di Debora. Le ho detto che non posso far l’amore con nessuna donna che non sia lei. Le ho chiesto di farmi una sega e di lasciarsi chiamare Debora. Naturalmente, si è rivestita e se n’è andata. Non ha accennato ad un prossimo appuntamento. [Quando leggo queste righe sorrido. Giorgio è ancora mio, per fortuna].Da quando Debora se ne è andata, le mie fantasie hanno sempre al centro lei, lei e Marco. La vedo per quella che è in quei momenti: una troia, una troia e null’altro. D’altronde come posso definire una donna che lascia il proprio uomo per andare a vivere con un altro solo perché ha il cazzo più grosso? Troia. La vorrei qui adesso per dirglielo: “Troia, troia, troia…mi hai umiliato ma ti prego, torna da me, torna con me, sii ancora la mia troia. Mia, non solo sua. Potrai vederlo quando vorrai, con o senza di me, ma torna da me. Stai al mio fianco di giorno e fammi morire di notte raccontandomi come ti monta. E anche se non mi fosse concesso di partecipare con lo sguardo, io la vedrei lo stesso con gli occhi della mente. La immaginerei mentre gli slaccia i pantaloni e gli tira fuori il cazzo già duro, più duro e più grosso del mio. La vedrei inginocchiarsi e prenderglielo in bocca…”. Devo fermarmi per non ricominciare a masturbare questo cazzetto ormai ridotto ai minimi termini, umiliato.”

Leggo un’altra pagina. L’ultima. Se potessi, porterei con me questo diario, questa finestra aperta sullo stato d’animo di Giorgio. Attraverso queste pagine capisco di lui più cose di quante ne capissi negli ultimi giorni. Anzi, vederlo lì, con lo sguardo perso e il suo cazzetto in mano, mentre il suo peggior nemico mi sfondava la fica o il culo e non capire cosa provasse veramente, mi irritava, me lo faceva quasi odiare. Mi ha consegnata lui a Marco, il suo nemico, lui, che ha abdicato al suo ruolo di maschio e unico padrone della mia vita sessuale. Non so quando tornerà da Berlino. Leggo ancora un po’.

Se sfogassi tutta la rabbia che provo, la coprirei di insulti di tutti i generi. Fino al giorno in cui mi ha lasciato, avevo subito mille umiliazioni dagli uomini che la fottevano o che deridevano le misure del mio cazzo, che le aprivano ogni buco possibile e prendevano possesso del suo corpo come se fosse di loro proprietà. Ma lei era con me. Partendo per la Grecia con Marco mi ha inflitto l’umiliazione più grande – anche più grande di quella provata quando Marco mi ha rotto il culo ed umiliato davanti a lei – e questa umiliazione è l’ESCLUSIONE. Debora mi ha escluso dalla sua vita. Lei, che ci è entrata con un sorriso, se n’è andata con un semplice biglietto. Non ha trovato neppure il tempo, la voglia e il coraggio di parlarmi di persona, di spiegarmi i motivi di questa scelta. Oppure era così in fregola da non poter attendere che mi svegliassi? Speravo che al termine delle vacanze, tornasse, ma non è stato così. Al ritorno dalla Grecia, ha deciso di andare a vivere con lui. A quel punto il mondo per me è crollato. Non sapevo cosa fare. Non so più cosa fare. Ho chiesto ad Alberto un periodo di aspettativa. In alternativa, lui mi ha proposto di aprire una nuova sede a Firenze: potrei trasferirmi là, perché qui non riesco più a vivere. Qui la vedo dietro ogni angolo, spero sempre di vederla apparire in distanza, tra la folla e di poterla abbracciare un’altra volta, un’ultima volta. Temo sempre di vederla apparire in distanza tra la folla e temo che lei cambi marciapiede per evitarmi…”.

Devo fermarmi qui. Ci sono molte altre pagine scritte, ma non potrò farle mie. Devo andare via, non solo perché ho altri impegni, ma perché stare qui mi fa male. Troppo male. Mentre scendo le scale, ripenso a due parole: “esclusione” che lui ha scritto tutta in maiuscolo e “trasferirò”. Questo mi preoccupa non poco. Ha ragione, l’ho escluso, ma in gran parte si è escluso da solo, relegando il mio amore ad una prestazione sessuale con altri uomini. Io sono una bella donna, altri uomini si sarebbero battuti a duello se solo un altro mi avesse sfiorata, e lui mi ha offerta ad altri. Certo, lui mi ha sempre detto che la molla era il senso di inadeguatezza: io sono troppo bella per lui, ma da qui a farmi chiavare dagli altri ce ne corre. Poi, quando ho visto i nerchioni che hanno nelle mutande gli altri uomini, mi sono resa conto che era veramente inadeguato per i miei appetiti sessuali. Ciò che però mi preoccupa di più è l’idea che possa cambiare città. Temo di perderlo definitivamente. In fondo finché resta qui, ho sempre la speranza di poter tornare – una volta esaurita la passione che mi divora – a vivere con lui, un giorno. Ma se va a vivere altrove? Ma io con che diritto pretendo che rimanga nei paraggi? Non ha forse diritto a scegliere il proprio futuro, ora che non è più congiunto al mio? Sì. Lo so, la verità è che io lo amo ancora, benché questo amore abbia disimparato ad esprimersi.

Mentre esco dal portone incrocio Samantha, proprio lei. Poveretta, un po’ sono solidale con lei.

«Oh, Debora, come stai?»

«Ciao Samantha, bene e tu?»

«Bene, anch’io. Come mai qui? Non te ne sei andata a vivere con Marco?»

«Sono passata a ritirare gli ultimi abiti.»

Lei mi osserva: curiosità, diffidenza e astio nel suo sguardo.

«Non ci vediamo mai: hai tempo per un caffè?»

Posso dirle di no? Dal tono della sua voce sento che ha bisogno di confidarsi.

«Non ho molto tempo, ma qualche minuto ce lo possiamo dedicare.»

Mi trascina fino ad un caffè. Ci accomodiamo ai tavolini all’aperto e chiediamo due cocktail alla frutta.

«Dimmi, c’è qualcosa in cui posso aiutarti?»

«Sì – mi dice con decisone – Puoi aiutarmi a capire.»

Non so bene a cosa si riferisca, ma temo di aver fatto un errore.

«Tu sai che a me Giorgio è sempre piaciuto, e che gli muoio dietro da prima ancora che tu apparissi all’orizzonte!»

«Sì, lo so»

«Non ti nego che quando tu lo hai lasciato per metterti con Marco, io ho sentito rinascere in me le speranze e ho ripreso a frequentarlo. All’inizio come amica. Gli stavo vicino cercando di lenire la sofferenza che gli hai procurato andandotene così repentinamente, ma poi ho cercato di raggiungere una maggior intimità. C’è voluto tempo e pazienza, ma alla fine ci sono riuscita. Ti spiace se te ne parlo?»

[Sì, mi dispiace. Certo che mi dispiace e provo anche una forte gelosia, ma non posso ammetterlo]:

«No, figurati. Ormai tra noi è tutto finito!»

«Ah, mi sollevi lo spirito. La prima notte in cui ci siamo infilati nel letto insieme non abbiamo fatto nulla, poiché non voleva usarmi e non si sentiva pronto per fare l’amore con una donna se non con te. La seconda notte lui mi ha parlato di te, mi ha chiesto di masturbarlo e di lasciarmi chiamare Debora. Mi sono vestita e me ne sono andata. Ora sono un po’ pentita, perché lui aveva bisogno del mio aiuto e io non ho saputo darglielo. Ho preferito difendere la mia dignità. Avrei dovuto masturbarlo fino al momento dell’orgasmo e lasciarmi chiamare con il tuo nome. Sborra con me oggi, sborra con me domani, prima o poi si sarebbe accorto di me.»

«Perché usi un linguaggio così volgare?»

«Debora, non fare la santarellina con me so tutto!»

«Cosa significa so tutto?» Quel disgraziato aveva forse raccontato a questa vipera linguacciuta i nostri giochi a tre?

«Lasciami continuare… In quella prima notte, quella in cui mi ha rispettata, dormiva bisbigliando il tuo nome, come una litania, un mantra. Nel cuore della notte mi sono svegliata. Lui non era al mio fianco. Ho provato a cercarlo. Era nel suo studio e stava scrivendo su un quaderno. Ero curiosa. Non ci si alza di notte per scrivere lettere, a meno che non si sia sposati e si abbia un’amante clandestina o che non vi sia un impellente bisogno di scrivere.» Il giorno dopo, approfittando del momento in cui faceva la doccia, frugai e trovai il quaderno… non ho avuto il tempo di leggere tutto, ma ho letto abbastanza. Ho scoperto il vostro triangolo d’amore, ad esempio. Ero stizzita, quando poi la sera dopo mi ha chiesto una sega e di farmi chiamare con il tuo nome, me ne sono andata.»

Samantha mi scruta per cogliere ogni possibile sfumatura delle espressioni del mio viso dopo le sue parole. La gelosia è svanita. Giorgio non l’ha chiavata, non c’è riuscito. È ancora mio, solo mio. Lo so che non è logico quello che sto pensando. Non posso lasciare Giorgio per un altro e pretendere che lui rimanga mio, come se nulla fosse. Non ne ho diritto. L’ira sorda di Samantha mi riempie di gioia, lo ammetto. Per camuffare l’intima soddisfazione abbasso il capo, mi infilo in bocca la cannuccia e comincio a bere il cocktail. Poi le rispondo:

«Non credo tu abbia diritto di controllare i diari degli altri. [Se solo sapesse che l’ho fatto anch’io!].»

«Hai ragione, ma stacci tu con un uomo che pensa sempre ad un’altra, che non scopa con te perché pensa a quell’altra, che a letto vuole chiamarti con il nome dell’altra, che si alza nel cuore della notte per scrivere ad un’altra…»

«Non sei obbligata a stare con un uomo…»

«Certo se non lo amassi, ma io lo amo alla follia, e l’idea che lui impazzisca per te, scusa il gioco di parole, mi fa impazzire. Comunque vorrei che tu sapessi che vuole trasferirsi a Firenze.» Lei riprende a scrutarmi.

«Perché me ne parli. Ti ho detto che tra noi è finita?» le chiedo.

«Voglio che mi aiuti a non farlo andar via. Solo tu puoi trattenerlo.»

«Perché dovrei farlo, Samantha. Anche se lo costringessi a restare, non ti amerebbe.»

«Ma ce l’avrei vicino, potrei riavvicinarmi a lui e averlo al mio fianco, toccarlo, guardarlo negli occhi, fare colazione con lui, amarlo come tu non hai saputo fare.»

So bene che la sua frase è incompleta, manca un pezzo:

“Se mi aiuti a tenerlo, non spiattellerò in giro quello che ho scoperto”.

Cercherò di trattenerlo, ma non per fare un favore a lei.

«Va bene, gli parlerò. Proverò a fargli capire che questi momenti si possono superare senza fuggire.»

«Grazie, grazie mille. Senti, mi togli una curiosità? Cosa si prova a farsi fottere da un cazzo enorme come quello di Marco?»

«Per questa sciocchezza, ti toccherà pagare il conto.»

Continua…

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