Succhiami il cazzo cornuto, sono incinta del padrone

Succhiami il cazzo cornuto, sono incinta del padrone

Succhiami il cazzo cornuto, sono incinta del padrone

È vero che dopo le vacanze in Grecia, io e Marco – forse per l’ebbrezza di quei giorni intensi, per la bellezza smagliante dell’isola, per la percezione di un’estate piena, per le lunghe ore di sesso – abbiamo deciso di vivere insieme. Lui ha lasciato l’esilio londinese.
Certo, il capo ho dovuto convincerlo io, con il solito infallibile sistema e bevendo tutto, fino all’ultima goccia. Alberto si è rassegnato a non poter più gioire del mio corpo. A volte immagino Alberto e Giorgio come due vedovi inconsolabili. So che Giorgio parla spesso di me: il suo è un modo per calmare la sofferenza, ma evocandomi anziché lenire il suo dolore lo accresce, rivivendo in tutta la sua intensità la nostra storia. Mi spiace per le sue ferite e sono adirata con me stessa perché non so come guarirle. Ma c’è una novità. Mi sta crescendo la pancia. Siamo ormai sprofondati nell’autunno avanzato. Ho cercato di parlare con Giorgio, come promesso a Samantha, foss’anche solo per evitare che spettegolasse in giro, ma è stato peggio che mai. Eravamo in un caffè del centro. Lui era pallido, emaciato, sofferente, ma aveva un atteggiamento dignitoso. Stava sulle sue. Non mi ha neppure chiesto perché avessi voluto vederlo. A bruciapelo mi ha fatto la domanda:

«Era proprio necessario?»

«Sì. Non potevamo continuare così.»

«Lo avevi già detto una volta, infatti avevi trovato il modo di sbarazzarti di Marco. Questa volta hai cambiato idea e ti sei liberata di me.»

«Devo farlo. Devo liberarmi di questa ossessione, e questo è l’unico modo per farlo.»

«Bella scusa, ma poco credibile. Dì la verità, almeno a te stessa.»

«È la verità…»

«Non sono venuto fin qui per farmi prendere in giro. Io penso che il motivo sia un altro ed è quello che lui ha tra le gambe.»

«Non essere offensivo.»

«Tu invece hai il diritto di distruggere la nostra storia per un motivo così futile?»

Non ha neppure ascoltato la mia risposta, si è alzato e si è allontanato, senza neppure pagare il conto, senza permettermi di dire che volevo provassimo ad essere amici. E poiché quando è giunto ero già seduta dietro il tavolo, non si è accorto della mia pancia. Meglio così.

Sono in camera da letto, Marco mi chiama. A causa della pancia faccio un po’ fatica a camminare. Lo raggiungo e mi accomodo di fianco a lui. È seduto sul divano. Indossa una tuta, ma ha il cazzo fuori e vuole che glielo succhi.

«Ma sto facendo altre cose.»

«Lo so, ma io ti desidero.»

«Cosa farai quando il pancione crescerà? Sai che ce l’hai troppo lungo e potresti perforarmi» scherzo e ridiamo insieme, ma sento che tra me e lui sta crescendo una distanza.

«Io ti voglio. In fondo se viviamo insieme è per questo.»

«Va bene, signor padrone». Gli prendo in bocca la cappella. È grossa e bella come tutte le altre volte, ma non ho più la stessa voglia di succhiarglielo. Cerco un modo per distrarlo, per sottrarmi a questa ossessionante routine sessuale. E se gli comunicassi la grande notizia che da tempo gli nascondo? Il ginecologo mi ha detto che in pancia ho due gemelli. Chissà come la prenderebbe. Sarebbe il momento giusto per capirlo. Ha il cazzo duro e se alla notizia gli si ammoscia significa che non è poi così contento. Senza una parola mi metto a cavalcioni e mi impalo da sola. Che sensazione di pienezza. Sono completamente infilzata dal suo palo, ma almeno in questa posizione posso dosare io la forza dei colpi, perché se dipendesse da lui, brutale com’è, mi squarterebbe davvero. Mi sollevo e mi lascio andare dolcemente, sento che si fa strada nella mia fica piena di umori. Se potessi mi farei cacciare dentro anche le palle. Le sue mani mi accarezzano dolcemente la schiena. È uno dei rari momenti di dolcezza dei nostri amplessi. Solitamente siamo più animaleschi. Io mi aggrappo al suo corpo mentre mi sbatte dentro il suo quarto di metro di cazzo. Se ci penso svengo. La prima volta che ho fatto l’equivalenza tra venticinque centimetri e il quarto di metro, ho provato le vertigini. Io prendo dentro di me un cazzo di queste dimensioni. Mi sembra impossibile che la bambina che ero sia oggi questa indemoniata del sesso, disposta a lasciare l’uomo amato per una insaziabile passione carnale. Già, l’uomo amato. Cosa proverebbe Giorgio se fosse qui ora, a vedermi? La vetrina di un mobile rimanda la mia immagine e la nuca di Marco, perché il resto del corpo è nascosto dal divano. Un po’ lo sguardo di Giorgio mi manca. È come se la sua presenza aggiungesse significato alla chiavata. Farsi fottere è bello, ma se ti guarda il tuo uomo, lo è ancor di più. E poi devo ammettere che le sensazioni che provo, quando Marco mi fotte, sono di volta in volta meno intense, come se la passione stesse scemando. Il mio piacere non dipende più dall’abilità di Marco. Anzi, a volte per godere devo aggrapparmi alle mie fantasie sessuali o addirittura ai ricordi del periodo precedente. Mentre Marco mi possiede con tutta la potenza di cui è capace – e che un tempo mi piaceva da morire – mi è capitato di sognare la tenerezza. Marco non sa dosarsi, ha un solo modo di fare l’amore. Giorgio era capace di brutalità e dolcezza, con tutte le gradazioni intermedie. In alcune occasioni, per raggiungere l’orgasmo vero – non quello che talvolta simulo per non deludere Marco – cerco di rivivere la notte in cui sono stata presa contemporaneamente da Alberto e Khalil. In realtà è che non sono più disposta a sopportare l’umiliazione di essere un semplice strumento del piacere di Marco. Un bel giocattolo sessuale. Nel frattempo, mentre la mente divaga in questo modo, lui mi blocca le chiappe e mi spinge sul cazzo il più profondamente possibile, quasi si fosse accorto che ero un po’ distratta e volesse riportarmi al presente con l’unico argomento di cui dispone abbondantemente: l’uccello. Ci sono giorni in cui mi sento un soprammobile che si prende quando serve e poi lo si ripone su una mensola, dopo l’uso. Scopare con Marco? In questi mesi, le sue perversioni, i giochi sessuali che mi proponeva si sono ridotti a stereotipi: due o tre varianti, dal pompino sul divano all’inculata con me nuda piegata sul tavolo della cucina. Quando doveva inventarsi ogni volta qualcosa di nuovo per mortificare Giorgio e affermare la propria virilità, era molto più attivo. Ne pensava di tutti i colori. Una volta ci ha costretti a leccargli contemporaneamente i piedi: uno a me e l’altro a Giorgio, come segno di sottomissione, lo faceva sentire veramente padrone. E noi lo abbiamo fatto con devozione. Vedere Giorgio mordicchiargli l’alluce come fosse un piccolo cazzo, mi faceva bagnare spropositatamente. Scopare con Marco era molto più bello quando vivevo con Giorgio. Così no, così si va spegnendo ogni giorno.

Marco, non sembra soddisfatto di come procede la scopata, vuole qualcosa di più. Si sfila dalla mia fica, si unge di saliva la cappella, mischiandola ai miei umori e poi la sposta in corrispondenza del mio buco posteriore. Vuole incularmi, il porco vuole sentirsi padrone. Anzi vuole che io mi impali da sola sul suo cazzo, che io mi inculi da sola. A fatica, ricorrendo a tutta la mia abilità, pian piano ci riesco. Prima la cappella, poi l’intero tronco. Tutto il suo cazzo sparisce nel mio culo. Tutto, fino all’attaccatura dei coglioni. Ci sono volte in cui sarei curiosa di vedere come è diventato largo il mio buco del culo, a furia di subire questi trattamenti. A me sembra che sia come prima, ma non può essere. Mi hanno rotto il culo tante di quelle volte che non può più essere come prima, e questo nonostante l’indubbia elasticità dei miei tessuti. Devo ammetterlo. Mi sta piacendo ancora. Sono proprio una rotta in culo. La gente quando cammina per strada vede una bella ragazza, gli uomini hanno di fronte una specie di dea inavvicinabile. Se solo sapessero come mi piego bene per farmi spaccare il culo. Ci sono situazioni in cui godo di più a prenderlo nel culo che in fica, e sì che – a parte il cazzo piccolo di Giorgio, sono stata inculata solo da superdotati come Shamal, Alberto e Marco.

Godo, ora godo e dimentico tutte le mie lamentele. Grido:

«Godo, godo. Ah, Marco… mi piace come mi apri il culo e ci sprofondi dentro. Rompimi, sì, rompimi tutta… Ahhh!»

Anche lui non resiste più e comincia a venirmi nel culo, a riempirmelo della sua sborra:

«Sì, amore… adesso il tuo padrone ti sbarra nel culo… ah, ti sborro tutta. Te lo spacco il culo, troia…»

Piano piano, torniamo alla realtà. Ma dopo non ci sono gesti d’amore, non ci sono le tenerezze degli amanti. Nella nostra vita il sesso nella sua asciutta brutalità la fa da padrone. E io, mentre torno in me, con un pizzico di amarezza constato che nonostante questa bella inculata, la nostra vita di coppia è deludente. Soprattutto fuori dal letto. Poche cose ci uniscono: il sesso e il lavoro, null’altro. Per il resto, intereressi e gusti diversi in tutto. Tutto il contrario di quello che accadeva con Giorgio. I primi tempi con Marco qualcosa di buono ne traevo: il piacere. Il mio corpo era posseduto in ogni orifizio, con frenesia, con forza, con passione. Poi però sono giunte le serate in cui, tra un amplesso e l’altro, Marco se ne sta sdraiato nudo sul divano, il cazzo pendulo, guardando la televisione e io, accoccolata tra le sue cosce, gli lecco le palle o la cappella. Sono serate avvilenti per qualsiasi donna, non solo per una donna emancipata come me. Non sono venuta a vivere con lui per guardare insulsi spettacoli televisivi o per avere un amante padrone che guarda la tv mentre io – la femmina sottomessa – gli succhio il cazzo come fosse un sigaro. Lui crede che basti farcirmi di grandi dosi di cazzo per rendermi felice. Com’è nato questo equivoco? Che cosa mi ha illusa? Ora lo so, anzi lo sappiamo entrambi. Tutto nasce da quelle notti di sesso che mi hanno fatto desiderare mondi di perdizione, di piacere, di infinita complicità sessuale. E in qualche modo dalla delusione di vedere svilita la figura di Giorgio. Sono andata in crisi, perché non riconoscevo più in Giorgio l’uomo che amavo. Vederlo lì con il suo cazzetto tanto eretto che pareva quasi volesse spiccare il volo dall’inguine, solo perché mi vedeva aperta come una cozza da stalloni superdotati, mi deludeva. Il mio uomo non era più perfetto come lo avevo immaginato. Pur accettando di farmi chiavare dagli altri, non riuscivo ad accettare quella sua perversione, e la confondevo con un’ossessione. Credo di averlo lasciato, di essermene andata per punirlo di avermi offerta ad altri e, al tempo stesso, ingolosita dai nuovi piaceri che stavo provando, ho pensato di poter vivere senza di lui. Ma se adesso sono qui a pensare intensamente a lui, nonostante abbia ancora nel culo il nerchione di Marco, significa che evidentemente mi sbagliavo. Dovevo rendermene conto prima, perché sin dalle prime volte, scopare con Marco senza lo sguardo di Giorgio che mi esplorava, mi ha procurato un senso di vuoto simile a quello che provavamo io e Giorgio quando facevamo l’amore senza la presenza di Marco. Anche il modo che Marco ha di fottermi è cambiato. Quasi un’abitudine. Non più lunghi amplessi , ma il suo desiderio, come un vento impetuoso, per dieci minuti mi travolge, poi raggiunto l’orgasmo, si seda improvvisamente: una bonaccia in mezzo al mare. Sigaretta, divano e televisione. Fino alla prossima folata di desiderio.

Volevo esplorare questa passione per il cazzo di Marco, fino in fondo, convinta che fosse l’unico modo per neutralizzarne gli effetti dirompenti. Tutto sommato non mi sono sbagliata. Me ne sto liberando, mi sento leggera, piena di possibilità di nuova vita a disposizione: lontana dall’aria greve del nostro salotto, dallo squallore di quel divano su cui egli mi sodomizza poderosamente, senza più alcuna attenzione per il mio piacere. Non c’è volta che non mi inculi. Come stasera. Il mio culo gli interessa più della mia fica. In questo siamo concordi. Anch’io ormai preferisco essere inculata che chiavata. È una situazione sessuale più forte, più intensa, più trasgressiva. La nostra è un’insana passione che mi trasformerà il buco del culo in una voragine larga e slabbratissima, prima o poi. Soprattutto i primi tempi, quando dopo cena lo raggiungevo sul divano, sapevo che me lo avrebbe piantato nel culo, e non vedevo l’ora che lo facesse. È il miglior inculatore che abbia mai conosciuto, migliore persino di Shamal, che pure è stato un porno attore. Prenderlo nel culo da lui è un piacere indescrivibile. Da tempo non provo più alcun dolore o bruciore, al di là di quel minimo iniziale necessario. Deve avermelo allargato così tanto il buco che se oggi mi inculasse Giorgio, probabilmente lo troverebbe troppo largo. Lui ha capito quanto mi piaccia farmi rompere il culo e non perde occasione per piantarmelo dentro… un po’ di crema sulla cappella, un colpo deciso e poi dentro a galoppare nel mio culo rotto. Per fortuna è abile. L’inculata è l’ultimo briciolo di una passione residua, l’ultima fiammella di quel grande incendio che è stata la nostra attrazione sessuale. Il resto è un mare di delusione.

Ora me ne sto liberando, ma devo essere cauta nel giudicare i miei stati d’animo. Già una volta mi sono illusa di essermi liberata della dipendenza dal piacere che solo il cazzo di Marco sa darmi. Mi sentivo vaccinata, lui non avrebbe più avuto alcun potere su di me. Così pensavo, perciò stavo preparando le valigie per andarmene. Non so se sarei tornata da Giorgio. Dopo tutta la sofferenza procuratagli, un suo rifiuto sarebbe stato comprensibile. Era tutto pronto, mancava solo che indossassi l’impermeabile, quando giunse una sua telefonata. Rimasi indecisa. Rispondere? Non rispondere? Se avessi saputo chi c’era all’altro capo del filo telefonico, non avrei risposto. E sarebbe stato meglio così. Alzai la cornetta:

«Pronto?»

«Preparati che appena arrivo ti spacco in due.»

Era lui, il suo linguaggio brutale che accendeva tutti i miei sensi, nessuno escluso. Mi mandò un bacio e riattaccò. Sprofondai improvvisamente, come in un gorgo, nel desiderio sessuale, in quella particolare forma di desiderio contigua all’allucinazione. Ero spaventata da me stessa, stupefatta che dentro di me potessero esistere pulsioni così forti e così ignote. Dove avevano origine? Io ritenevo di conoscere me stessa, di conoscere ormai tutti i miei desideri, ero convinta di avere una consapevolezza maggiore rispetto alle altre donne, e tuttavia mi bagnavo tra le gambe per una semplice e breve frase come “Ti spacco in due”. Certo, io sapevo che era vero, che appena giunto mi avrebbe spogliata in fretta e furia per prendermi tutta. Prima dietro e poi davanti. Animalesco fino al midollo, avrebbe reso me la sua femmina. Dopo il clic del telefono, rimasi immobile per qualche secondo, poi mi resi conto che se fosse giunto in quel momento avrebbe trovato la valigia pronta. Mi precipitai a rimettere tutto al proprio posto e corsi a farmi bella per lui, a prepararmi per essere la sua femmina ancora una volta. Sapevo che mi avrebbe umiliata sessualmente, ma c’è qualcosa di esaltante nell’avvilirsi, nell’umiliarsi. Una strana euforia che libera da ruoli e condizionamenti. Il sesso e i sensi sono gli strumenti di questa mortificante e degradante liberazione, di questa esaltante discesa agli inferi. La libertà di essere nudi e di consegnare il proprio corpo ad un altro perché ne approfitti, ne faccia ciò che più gli aggrada per soddisfare il proprio desiderio, è impagabile. È uno sbarazzarsi del mondo, che per alcune ore rimane al di là delle finestre, solo i rumori provenienti dalla strada potrebbero rammentarne l’esistenza, se solo si avessero orecchie per ascoltare. Ma il frastuono dei sensi fa sentire altro. Solo questo bisogno di libertà può spiegare veramente perché una rispettabile dipendente di uno studio legale si lasci rompere il culo così brutalmente da quello che fu il peggior antagonista del suo uomo, anzi perché ha lasciato il suo uomo per questo bruto del sesso. Il ruolo è una schiavitù, il sesso è libertà… temporanea, parziale, limitata, circoscritta finché si vuole, ma libertà: partecipazione, esplorazione ed espressione di sé. Questo pensavo, questo penso. Ma la vita non è solo sesso. Ora lo so, lo sento con una lucidità nuova.

Continua…

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