Succhiami il cazzo cornuto, mi scopa come una troia

Succhiami il cazzo cornuto, mi scopa come una troia

Succhiami il cazzo cornuto, mi scopa come una troia

«Oggi in ufficio ho visto Marco.» Lo dissi con la massima naturalezza.
«Non l’hai visto. Sei andata a cercarlo.»
«Chi, io? Quel bastardo, mai?
«Non ti credo. Dimmi la verità.»

Mi parve che Giorgio avesse già il cazzo semirigido, così optai per la verità. Per onestà gliela dovevo. Per la scopata che si preannunciava mi conveniva.

«Sì, sono andata a cercarlo con una scusa. Volevo vederlo, per curiosità.»
«Il suo cazzo lo chiami curiosità?»

Si sedette sulla poltrona. In quel mentre mi accorsi che il rigonfiamento nei suoi calzoni cresceva. Stava venendogli un’erezione.

«Tutto è cominciato per colpa tua. Dopo averlo visto in Internet, stanotte l’ho sognato.»

Avevo detto la verità, tralasciando un dettaglio: mentre ce l’avevo di fronte avevo immaginato di fargli un pompino con l’ingoio. Lui doveva aver intuito che qualcosa nel mio atteggiamento verso di lui era cambiato, perché mi lanciò uno sguardo così penetrante da farmi bagnare tra le cosce. Non andava bene. Mi stavo lasciando conquistare dal mio peggior nemico, e solo per aver visto delle sue immagini a cazzo nudo. Bel maschio, niente da dire, ma possibile che io fossi così indifesa di fronte alla sua potenza sessuale?

«E ora che l’hai visto? Lo hai desiderato?»

«Non come pensi tu. Certo è un bell’uomo, affascinante, ma non lo cambierei mai con te.»

«Non c’è bisogno di cambiarmi, ogni tanto ti togli la voglia del superdotato, e poi torni a casa felice.»

La sua mano si toccava la patta. Lo faceva con discrezione, con naturalezza. Sembrava l’inizio di una masturbazione. Mi avvicinai a lui, mi inginocchiai tra le sue gambe, gli slacciai i pantaloni, abbassai gli slip e il cazzo saltò fuori. Non potei evitare il confronto, comunque chiusi gli occhi e cominciai a succhiare quel cazzo più piccolo di quello di Marco, ma che amavo con passione. Lo baciai, poi scivolai con la lingua lungo l’asta, fino ai coglioni durissimi.

«Ti piacerebbe vedermi montata da lui?» gli chiesi.
«Non girare intorno, troia! Stai cercando di eccitarmi solo perché quel cazzone tutto in fica ti piacerebbe.»
«No, avrei paura, anche se la curiosità non manca. E poi ti amo troppo per tradirti.»
«Col pensiero lo hai già fatto.»
«Il pensiero non sono due mani che ti bloccano la vita, mentre il cazzo penetra fino in fondo.»

L’immagine lo colpì duramente e la sua erezione si fece ancora più vistosa. Il cazzo divenne ancora più duro.

«Se te lo chiedessi lo faresti?»
«Per amor tuo farei tutto, lo sai.»

Risposi mentre gli massaggiavo quel pezzo di carne turgida. Che strano gioco stavamo cominciando?

«Comodo, eh? Ti sacrifichi per me e nel frattempo ti togli la voglia. Dimmi la verità: cos’è successo stamattina?»

«Nulla. Abbiamo solo bevuto un caffè alla macchinetta.»
«Avevi voglia di farti sbattere?»
«Sì. È vero.»

Cosa mi stava succedendo? Mi lasciavo trascinare in questo gioco pericoloso.

«Gli hai lasciato intuire qualcosa?»
«No, naturalmente, ma lui mi ha guardata in modo diverso. Con più desiderio del solito.»
«Pensa come ti ridurrebbe lui col suo nerchione.
«Mi sventrerebbe.»

Non riuscivo a trattenermi. Giorgio mi parlava di un altro uomo più dotato di lui e io rispondevo lasciandomi coinvolgere. Alle mie parole, mi premette la testa sul pube per costringermi a riprenderglielo in bocca.

«Troia, ho capito che vuoi farti sbattere da un altro con un cazzo più grosso del mio. Dimmi la verità! Mentre parlavi con lui ti sei bagnata?»

«Moltissimo. Ad un certo punto ho chiuso gli occhi e ho immaginato di essere nuda sotto di lui. Ho provato un brivido lunghissimo, fantastico.»

«Saresti disposta a farti scopare veramente da lui?»
«Sì. Lo odio, ma ho voglia di farmi fottere da quel porco.»

Giorgio si alzò dalla poltrona, mi spogliò tutta con molta ferocia e mi rovesciò sulla moquette. Senza nessuna preparazione me lo cacciò dentro, fino in fondo. Urlai.

«Sì, così, urla. Ti faccio male, zoccola. Ti sfondo tutta. Non sarò come lui, ma anch’io non scherzo.»

Mi riempiva la fica. Aveva un cazzo durissimo, più duro che mai, e mi stantuffava con vigore feroce. Colpo dopo colpo sembrava volermi spaccare la fica. Nella sua testa doveva essere in corso una tempesta: era in competizione con Marco, con quel cazzo mitico.

«Hai ragione, non sei come lui, scopi bene, ma lui mi fotterà meglio, vedrai.»
«Troia, troia, troia…. Cosa mi fai! Sono già il tuo cornuto, quanto vuoi che le abbia lunghe?»
«Tanto lunghe. Tutti in azienda sapranno quanto sono troia e quanto tu sei cornuto. Non potrai più entrare in ufficio senza che qualcuno rida di te. Ti derideranno tutti. Cornuto

La moquette mi irritava la schiena, Giorgio mi artigliò le chiappe e le aprì con forza, come se volesse squartarmi. Poi infilò a secco un dito nel mio culo. Gridai nuovamente. Lo sfilò, lo inumidì dandomelo da succhiare, poi tornò a scavare nel mio buco del culo. Mi sentivo invasa in ogni parte di me. Il suo vigore non mostrava cedimenti e ormai era un buon quarto d’ora che mi fotteva.

«Troia. Te lo do io il cazzo. Lo vorresti qui Marco, al posto mio?» Mi sembrava che stesse soffrendo le pene dell’inferno. La sua voce rabbiosa era rotta dall’emozione. Temetti di essermi spinta troppo in là.

«Smettila! – sussurrai – Sono con te, amore. Amo te.»
«Lo vorresti piantato dentro di te al posto mio?» tornò a ripetere in modo congestionato.

«Sì! Sì! Sì! – gridai. Era una liberazione. – Sì, lo vorrei tutto. Vorrei che mi montasse in tutte le posizioni. Vorrei colare sperma da tutti i buchi. Deve averlo durissimo. Ti farebbe impazzire che lui, il tuo peggior nemico, col cazzo più grosso, più lungo, più duro, più resistente del tuo mi montasse? E probabilmente ha anche più sborra di te. Mi laverebbe la fica come tu non potrai mai…»

Non potei terminare la frase. Giorgio mi cacciò la sua lingua in bocca. Un bacio disperato, il suo, poi mi chiese:

«Chiamami col suo nome. Chiamami Marco, ti prego.»

«Sì, Marco! Sono tua, tutta tua. Fottimi come sai fare tu. Dai Marco, spaccami tutta, mandami a casa tutta rotta e piena di sborra in ogni buco. Amami come ti amo io. Ti amo, Marco, ti amo, amo il tuo cazzo gigantesco, il tuo ventre, il tuo petto, i tuoi coglioni d’acciaio, i tuoi piedi forti…»

«Sborro, sborro, … ti lavo tutta, ti riempio la fica, amore. Sborro, sborro ancora, … quanta me ne tiri fuori… Ohh!»

Il suo corpo era squassato da tremiti violentissimi e interminabili. Ad ogni affondo mi scuoteva tutta. Improvvisamente sentii l’orgasmo sopraggiungere, violento, intenso, insopportabile.

«Godo, godo… Anch’io, anch’io… insieme… insieme.»

Ansimavamo entrambi, col fiato corto. Solo dopo qualche minuto – che a noi parve un’eternità – riprendemmo un ritmo regolare di respirazione. Lentamente, tornammo alla coscienza. Mi accorsi del bruciore alla schiena, dovuto allo sfregamento contro la moquette. Mi accorsi del soffitto, delle tende scostate e mi parve di vedere un binocolo ad una finestra del palazzo di fronte. Volevo dirlo a Giorgio, ma poi lasciai correre. Non ne ero certa, e poi che male c’era. Se era un guardone poteva dirsi fortunato. Non si vedono tutti i giorni chiavate così. Accarezzai dolcemente la testa di Giorgio. Era la prima volta che aveva un orgasmo così intenso, sofferto. Mi colpì l’eccitazione manifestata di fronte all’idea di me che mi facevo riempire dal nerchione di Marco. Non avrei mai immaginato una simile reazione, in lui. Non si trattava di un altro uomo qualsiasi, di Shamal, per esempio, ma di Marco, il più odioso di tutti, quello che gli avvelenava il piacere del lavoro, che cercava di fregarlo in continuazione e che non perdeva occasione per metterlo in cattiva luce. Voleva che proprio quel bastardo gli chiavasse la donna.
Non immaginavo che l’idea di Marco scatenasse una delle chiavate più intense della nostra vita di coppia. Ma ora la scopata era terminata, l’eccitazione svanita. Come tornare alla normalità. Il fantasma di Marco si era insinuato tra noi, difficile sfrattarlo.
Ci alzammo e andammo in bagno senza fiatare. Una cappa di imbarazzo si stava impadronendo di noi. Qualcosa era cambiato. Non sapevamo come tornare alla normalità. Tacere? Parlarne? Forse Giorgio si vergognava del modo in cui aveva goduto. Ammettere a se stesso, e soprattutto davanti a me, che si era eccitato in modo pazzesco immaginandomi scopata da un superdotato, oltretutto chiedendomi di essere chiamato Marco, doveva essere molto difficile per lui. Aveva paura che accadesse ancora, che le sue fantasie prendessero il sopravvento. Si era svegliato un demone sopito dentro di lui. Non voleva che ricapitasse, ma sapeva che la prossima volta sarebbe accaduto ancora. Avrei dovuto ancora chiamarlo Marco. Cercai di avvicinarmi a lui e di baciarlo teneramente. Lo amavo. Marco era un gioco. La mia mente si ribellava all’idea di essere nuda tra le sue braccia mentre il suo glande nudo si faceva strada in me, dilatandomi oltre misura, ma non riusciva a reprimere un desiderio che ogni volta che ne parlavamo si faceva più frenetico, ancora un paio di scopate e sarebbe divenuto incontenibile. Ma Giorgio era l’amore. Lui singhiozzò tra le mie braccia:

«Mi vergogno.»
«Non devi. Io ti amo. E poi è stato solo un bel gioco.»
«Non è stato solo un gioco, lo sai. Io vorrei davvero vederti nuda sotto di lui nudo, vederlo mentre ci umilia entrambi.»
«Sei sicuro di volerlo? Io non vorrei farlo, lo odio. Lo farei solo per te.»
«Purtroppo mi conosco. Ora mi vergogno, ma la prossima volta ti implorerò ancora di chiamarmi Marco e di immaginare che sia lui a fotterti. E ogni volta sarebbe così, in un crescendo pericoloso.»
«E cosa c’è di male? Finalmente, siamo un po’ più veri. Conosciamo meglio le nostre fantasie segrete.»
«Ma io non voglio che rimanga solo una fantasia.»
«Lo sai che è pericoloso? Frequenta il nostro ambiente di lavoro. Se lo fa sapere in giro ci può rovinare.»

«Lo so. Ma non ci posso fare nulla. È un desiderio indescrivibile. Oggi mi sono chiuso in bagno in ufficio e mi sono fatto una sega incredibile pensando a te sotto di lui. Ho cercato di resistere, ma non ce la facevo. Sapere che eri vicino a lui, nel medesimo ufficio, consapevole delle misure del suo cazzo. Mi scoppiavano le palle per l’eccitazione. Lo so che può umiliarmi anche professionalmente, ma tu non hai idea di quanto sia eccitante l’umiliazione, di quanto faccia indurire il cazzo. Voglio essere il suo cornuto

«E come pensi che possa accadere? Io la smorfiosa con lui non la faccio. Chiedimi tutto, ma questo no.»
«Io un’idea ce l’avrei… Potremmo invitarlo a cena.»

Quando suonò il campanello, andò ad aprire il mio uomo. Sulla porta Marco aveva tra le braccia un gran mazzo di fiori. Si accomodarono in sala e Giorgio mi chiamò. Alla vista di quel gran mazzo rimasi senza parole. Erano bellissimi il mazzo, e soprattutto Marco. Per un attimo ebbi il dubbio che conoscesse già l’esito della serata. Possibile? Si sedettero sul divano e servii loro da bere, poi mi allontanai. Mentre tornavo in cucina sentii addosso il suo sguardo. Uno sguardo supponente e indiscreto. Sembrava volesse frugarmi sotto gli abiti. Tornando in salotto, lo aveva trovato seduto sul divano con le gambe larghe e un evidente ingombro tra le gambe, favorito anche dal tessuto leggero dei pantaloni. Giorgio parlava di lavoro e di colleghi, come se non se ne rendesse conto. Io arrossii e lui se ne accorse, pur fingendo indifferenza. Mi fermai a bere con loro e Marco prontamente mi diede un bicchiere, con l’accortezza di sfiorarmi le dita. Mi sedetti a mia volta, su una poltrona a debita distanza. Nella testa avevo le fantasie del mio cornuto, quelle che mi sussurrava tra le lenzuola.

Pensavo alle volte in cui avevo goduto immaginando di essere tra le braccia di Marco. E in quel momento lo avevo davanti. Sicuro di sé con il pacco bene in evidenza, quasi Giorgio non ci fosse. Una naturalezza giovane e sfrontata. Il mio uomo aveva dieci anni in più di lui e almeno dieci centimetri di cazzo in meno. La mia curiosità era forte. Non era tanto il desiderio di scopare con lui, quanto quello di vedergli l’uccello, di sapere se corrispondeva all’immagine che avevamo visto, o se la fotografia, come spesso accade, ci aveva ingannati. Non potevo certo dirgli di mostrarmelo. Soprattutto come avrei potuto chiedergli di fermarsi? Lui avrebbe preteso almeno una carezza, e magari un bacio sul glande. Una volta ottenuto questo non c’era altro che potesse trattenerlo dall’osare oltre. Lui sorrideva appena mentre parlava di una squadra di calcio, di vittorie e di sconfitte, per poi insistere sull’amicizia – bugiardo, bugiardo! – che lo legava a noi. Io percepivo il pericolo, mi sentivo trascinare verso l’abisso e tentavo di mettermi in salvo.
Con qualche trucco e qualche distrazione riuscimmo a portare a termine la cena, e Giorgio per favorire lo svolgimento della serata, mi aveva fatta bere. Marco doveva aver notato la manovra. Aveva capito che quella sera sarei stata sua. Finalmente sua. La femmina più bella dello studio legale stava per diventare la sua ennesima vittima di letto. Come gli astuti predatori in caccia, scrutava tutto con attenzione. Era pronto al balzo. Aveva capito che non solo Giorgio non sarebbe stato un problema, ma anzi un alleato. Quel cornuto gli stava preparando la mia disponibilità. Poteva già ungersi il cazzo. Mi avrebbe posseduta. Avrebbe trionfato su di me. E poi? Dal giorno dopo che sarebbe accaduto? Quello era forse l’ultimo attimo in cui fermare tutto, in cui impedire di precipitare nell’abisso della perdizione dei sensi. Ma avevamo ancora abbastanza volontà per evitarlo? Il magnetismo animale di quel magnifico stallone ci aveva soggiogati entrambi. Non c’era scampo, ormai. Ogni idea di fuga era illusoria. Marco chiese a Giorgio un po’ di musica. Servizievole come un cameriere compiacente, Giorgio provvide e mise della musica lenta, per creare un’atmosfera propizia alla conversazione, ma si sbagliava. Da quel momento le parole scomparvero. Marco si alzò e mi portò al centro della sala. Mi fece ballare. Pian piano mi avvicinava a sé fino a quando mi trovai con la testa poggiata sulla sua spalla.
Ci eravamo più volte chiesti, io e Giorgio, come avremmo fatto a passare dai convenevoli alla trasgressione. Ecco. Era accaduto con naturalezza. Merito di Marco che aveva capito leggendo in trasparenza i nostri desideri. Il suo cazzo duro mi premeva il ventre. Poi mi prese la nuca e mi baciò. Lì davanti a Giorgio, il gesto più intimo tra un uomo e una donna stava realizzandosi. Marco mi baciava, mi infilava la lingua nella cavità orale e Giorgio ci guardava senza fiatare. La tensione di ciò che doveva accadere e l’eccitazione dei corpi erano palpabili. Chiunque fosse entrato in quel momento avrebbe compreso cosa stava accadendo. Non solo tra me e Marco, ma anche tra Marco e Giorgio: il rito di sottomissione del mio uomo nei confronti di un altro maschio più dotato di lui si stava compiendo. Tra qualche minuto un uomo avrebbe estratto i propri genitali e avrebbe trionfato sulla virilità del mio uomo. Come in un incontro di boxe o di lotta, uno avrebbe vinto e l’altro si sarebbe sottomesso all’umiliazione delle dimensioni più piccole e in segno di resa avrebbe concesso al dominatore il possesso della propria donna.

Marco continuava a limonarmi e nel frattempo percorreva il mio corpo con quelle sue mani affusolate. Era abile. Non c’era dubbio, e io ero ormai un pezzo di carne nelle sue mani, avrebbe potuto fare di me ciò che voleva.

«È proprio un bravo amico Giorgio.» Mi pareva che nel suo tono ci fosse un pizzico di sarcasmo. Era quello che temevo potesse accadere.

«Cosa vuoi dire?»
«Che è gentile con noi.». Il tono era proprio sarcastico.

Mentre parlava, Marco mi sfiorò la fica. Lo fece con molto tatto, ma senza preoccuparsi di me, del mio parere, del mio imbarazzo. Anzi, sembrò che lo facesse apposta. Io aveva cominciato a temere che la serata potesse prendere una brutta piega: con un’eccessiva dose di umiliazione per Giorgio. Con l’ultimo briciolo di orgoglio, mi staccai e barcollando, più per l’eccitazione che per il vino, mi accomodai in poltrona.

«Non ti piace l’idea che potremmo essere più in confidenza.»
«No, credo che per colpa del vino abbiamo fatto cose che normalmente non ci sogneremmo di fare.»
«No, no. Io con te l’amore lo farei anche da lucido.»
«Ti desidero da morire. Voglio far l’amore con te davanti a Giorgio. Non voglio che tu lo tradisca.»

Giorgio temendo che tutto sfumasse, preferì fingere di essersi appisolato. Mentre Marco parlava temevo cogliesse il mio imbarazzo. Stava toccando corde sensibili, troppo sensibili. Cercavo di essere naturale ma non ci riuscivo. «Stasera ho capito che l’idea di vedermi fare l’amore con te lo eccita. Ora, tu sai che mi piaci da morire, da sempre. E tu lo hai capito subito, sin dalla prima volta che ci siamo visti. Ho pensato che poiché sei una donna in gamba e leale nei confronti di tuo marito, non lo tradiresti mai. L’unica speranza è quella di proporvi un gioco a tre, ma dovevo verificare che Giorgio ci stesse. Stasera credo di aver capito. Guarda come finge di dormire per lasciarci liberi. A Giorgio piacerebbe molto vedermi mentre ti monto.»

Marco aveva creato un attimo in silenzio, come per lasciare riverberare l’ultima frase e ancor più l’ultimo verbo. Ero senza parole. Quell’improvviso cambio di linguaggio mi aveva presa alla sprovvista. Mi vidi nuda alla pecorina sotto di lui.

«Vedi, tu mi fai uno strano effetto. Mi eccito anche solo parlandoti. Lo vedi?» Si prese il cazzo duro tra le dita attraverso la stoffa dei pantaloni. «Dovresti sentire come ce l’ho duro. Non essere imbarazzata. Cosa ti imbarazza di più? L’idea di tuo marito che ci guarda o l’idea delle generose dimensioni del mio cazzo?»

Perché gli permettevo di rivolgersi a me in questo modo? L’antipatia che dominava il nostro rapporto stava riaffiorando. Perché non reagivo sbattendolo fuori di casa? In quel momento odiai anche Giorgio. Tutto questo stava accadendo per colpa sua, per permettergli di sentirsi umiliato con un bel paio di corna. Mentre riflettevo, Marco si alzò e mi si avvicinò. Estrasse il cazzo dalle mutande. Non feci in tempo ad alzarmi che mi trovai con quella grossa nerchia in bocca. Ammetto che aprii le labbra senza alcuna costrizione e la cosa mi fece sentire un po’ troia. Più grossa di quella di Shamal, pensai nell’ultimo momento di lucidità. Cos’accadde dopo? Marco me lo mise in bocca dicendo parole dolcissime e volgari, fino a sussurrare: “Ti scopo in bocca, Debora, ti amo Debora sei la mia troia”. Come in preda ad un raptus cominciai a succhiare il glande, poi aprii di più le labbra e faticosamente mi riempii la bocca di cazzo. Marco mi ripeteva: «Brava, Debora, brava.» Con la mano sinistra afferrai quella nerchia poderosa, mentre con la destra soppesavo i testicoli. Come erano grossi. Nell’insieme tutto quell’armamentario di carne doveva essere il doppio di quello di Giorgio, forse anche di più. Lo succhiai come in stato di trance. Non capivo bene cosa stessi facendo. Poi il maschio mi sollevò, mi spogliò fino a lasciarmi nuda. Mi aveva fatta sedere sulla poltrona, si era inginocchiato tra le mie gambe e aveva cominciato a leccarmi la fica. Una lingua abile, sì, ma si sentiva che c’era anche rude presa di possesso. Quel mostro mi stava rubando la coscienza. Mi prese tra le braccia e mi trasportò sul divano, e lì, tra mille carezze e baci sulle guance, sui capezzoli e sulla bocca, mi chiavò tutta. Giorgio non faceva più finta di dormire. Si era tirato fuori quel cazzo che sembrava diventato minuscolo al confronto con quello di Marco e si sparava una frenetica sega. Marco mi dilatava la vagina con l’uccello e con la lingua mi esplorava la bocca. Fino in fondo, sopra e sotto. Era veramente grosso e mi sentivo aperta più che mai, squartata. Mi montò per parecchio e io ero aggrappata al suo corpo. Avevo avuto ripetuti orgasmi e lasciato il segno delle unghie nella sua schiena. Mi riempì una prima volta di sborra, mentre sussurrava:

«Sei mia, troia, sei mia troia.»
«Sì – rispondevo io – sono tua. Tutta tua, la tua troia

Se non avessi preso la pillola mi avrebbe ingravidata. Giorgio sarebbe stato il padre del figlio di un altro, o meglio del figlio di Marco, di quel porco. Nonostante la mia resistenza, grazie alle perversioni del mio uomo, c’era riuscito. Ero diventata la sua ultima preda. Mi aveva scopata, mi aveva montata tutta, concedendo a Giorgio l’umiliante piacere di essere lo spettatore di una superiorità virile. Lo aveva reso cornuto. Ora anche nell’ambiente di lavoro avrebbe avuto un argomento segreto a suo favore: poteva sempre dire «Taci tu, cornuto.» Io, dopo l’amplesso, avevo sentito uno strano senso di colpa crescere impetuoso. Mi dicevo che in fondo la colpa era di Giorgio, del mio uomo – ma lo era ancora, il mio uomo? Se lui non avesse messo Marco al centro delle nostre fantasie sessuali, questo non sarebbe accaduto. Marco non avrebbe mai potuto impalarmi come aveva appena fatto con quel suo grosso tronco di carne dura e cruda. Era tutta colpa di Giorgio che mi aveva messo in testa quelle strane idee. Forse quelle corna, il mio uomo, non solo le voleva, ma se le meritava.

Credevo che si sarebbe vestito e sarebbe andato via, ma mi sbagliavo. Giorgio non aveva ancora sborrato. Marco gli si avvicinò con il cazzo duro e umido di sborra, glielo mostrò e disse: «Cornuto, guarda bene che razza di nerchia si è appena presa la tua donna. E non è ancora finita.» Poi mi prese per mano e mi portò sul letto, mi fece sdraiare sulla schiena, si insalivò la cappella, poi con delicatezza la appoggiò alla fica e piano penetrò di nuovo. Sentivo un corpo estraneo intrufolarsi e avendo la fica già irritata dalla precedente penetrazione provai un po’ di dolore, lenito solo dal fatto che fossi bagnatissima. Caldo, duro, enorme. Per la seconda volta ebbi la certezza che mai nulla di così grosso era penetrato in me. Mi sentii aprire, dilatare con forza e dolcezza al tempo stesso. Mi parve che quella inesorabile penetrazione nella mia carne non dovesse mai finire.

Giorgio era lì, seduto sul bordo del letto, nudo come un verme, si toccava e guardava con sguardo rapito. Non lo avevo mai visto così. Dov’era finito il mio uomo? Contemplava il maschio che gli chiavava la donna. Marco cominciò a leccarmi i capezzoli. Non capii più nulla. Ho le tette molto sensibili. Mi lasciai andare e Marco ne approfittò per darmi un colpo secco e profondo. Trionfalmente era di nuovo tutto dentro di me, dentro la mia femminilità. Una bella donna era lì, nuda e trafitta da lui. Giorgio guardava in silenzio. Non poteva far altro che prendere atto della superiore virilità di Marco, delle devastanti dimensioni del suo cazzo. Non poteva far altro che constatare come gli stesse squartando la donna.

«Hai delle teste perfette.»

Sorrisi lusingata dal complimento. Nel frattempo Marco ne approfittò per spingermelo ancora più dentro.

«Ah!» gemetti.
«Hai mai preso cazzi così grossi troia
«No, mai.»
«Allora ti sfonderò per bene. Ti monterò fino a sfinirei brutta troia.»

Con un altro colpo durissimo mi compresse l’utero. Lanciai un urlo, seguito da un lungo interminabile gemito. Ero nuda, completamente nuda, dilatata da un cazzo robusto, posseduta da un vero stallone da monta. Ed era solo l’inizio. Guardai Giorgio con occhi diversi. Fino a prima di prendere questo cazzo, era il mio semidio. Lo adoravo. Ricordai i giorni in cui gli avevo leccato i piedi come una cagna devota. Ora mi sembrava un modesto, sottomesso cornuto e il suo cazzo mi parve meschino. Come potevo averlo amato? Come potevo amarlo ancora? Vidi il suo sguardo perduto nella visione dei nostri due stupendi corpi avvinghiati indissolubilmente. Poi un nuovo durissimo colpo di Marco mi fece capire che non potevo sottrarmi, che non c’era tempo per distrarsi. Mi aprii ancor più, se possibile. Cosa provava veramente Giorgio nel vedermi scopata, chiavata, montata, posseduta, o come si voglia dire, da questo stallone? E cosa avrebbe provato nel momento in cui avrei cominciato a godere? Perché l’orgasmo si avvicinava. I colpi di Marco, sempre più violenti, mi scuotevano tutta. Le tette ballonzolavano, o meglio venivano sballottate ad ogni colpo. Il lungo cazzo si muoveva dentro e fuori con sicurezza. Ormai era piantato saldamente in me.

Non capivo più nulla. Scuotevo la testa in una direzione e nell’altra. Com’era duro. Com’era lungo. Come si conficcava nella mia fica. Quando poi si soffermava, piantato profondamente dentro di me, come per lasciarmi respirare, mi sentivo sospinta ai confini del mondo. Non esisteva nulla oltre quella sensazione di possesso completo, definitivo. E Marco continuava a martellarmi la fica. Uno stantuffo che andava avanti e indietro con ritmo regolare e una forza stupefacente. Io contemplavo i muscoli di quel maschio bellissimo, tesi allo spasimo durante la penetrazione. Poi mi sollevò le gambe e le appoggiò sulle proprie spalle. Mi chiavava senza pietà. La mano di Giorgio aveva un movimento irrefrenabile. Una sega maestosa, la sua. Solo che questa volta, non ero più con lui. Poteva godere o no, non mi interessava più: gemevo, mugolavo, ogni tanto urlavo, sotto i colpi di un vero maschio. Nelle chiappe di Marco, là dove avevo poggiato le mani si formava una fossetta ogni volta che sprofondava in me. Di tanto in tanto, dava un colpo deciso, come per entrare ancora di più, quasi volesse mettermi dentro anche i coglioni. Non ce la facevo più. Non potevo più resistere. Gridai, squassata da un orgasmo di intensità incredibile, e mi aggrappai perdutamente a Marco. Giorgio – lo seppi dopo – sborrò insieme a me. I fiotti della sua sborra, prolungati e generosi, intensi come non mai rivelavano la forza dell’eccitazione. Non credevo che lui potesse godere così vedendomi sfondata da un altro uomo, col cazzo più grosso e più lungo. Sensazione inenarrabile, mi raccontò dopo. Com’è possibile che ci siano uomini disposti ad uccidere per aver subito le corna e altri che le implorano? Ora, era definitivamente cornuto. Ora, lo sapevamo in tre. Io, lui e Marco, che continuava a stantuffarmi la povera fica, pronto a renderla dolorante a furia di colpi di martello. Non sembrava voler smettere. L’uccello, con regolarità impressionante penetrava a fondo, sempre più a fondo, e mi aprivo sempre di più, come a volerne accogliere oltre ogni limite. Marco progressivamente accelerò il ritmo, più forte, più forte:

«Troia, ti spacco tutta.»
«Sì, sì, così… ah, godo, godo ancora… ah»
«Anch’io vengo. Non resisto più sono la tua troia.»

Dopo gli ultimi feroci colpi, Marco si accasciò su di me. Il suo sperma era dentro il mio corpo. Passati i primi istanti, mi baciò, o meglio mi limonò. La sua lingua penetrava profondamente nella mia bocca. Infine ci abbracciammo e rimanemmo immobili.

Continua…

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