Succhiami il cazzo cornuto, lo sperma dell’arabo

Succhiami il cazzo cornuto, lo sperma dell’arabo

Succhiami il cazzo cornuto, lo sperma dell’arabo

Alberto è nudo, seduto in poltrona, a gambe larghe, il gran cazzo semi eretto. Se lo massaggia oscenamente. Mi ha già chiavata ma vuole farlo ancora. Chiama Giorgio a sé e gli ordina di leccargli le palle. Giorgio si inginocchia e comincia dalle cosce muscolose, per risalire pian piano verso l’alto e giunto ai coglioni allunga la lingua, quasi fosse un formichiere, per titillarli con la punta.

«Non essere timido, lo so che ti piacciono. Lecca bene, con passione. È una forma di gratitudine che mi devi per aver soddisfatto la tua femmina. Hai visto come l’ho fatta godere? E non vuoi ringraziarmi?» lo apostrofa Alberto.

Allora Giorgio, allargata bene la lingua a spatola, gli lecca le palle come se fossero quelle di un gelato.

«Lecca così, bravo.»

Senza una parola, Giorgio provvede ai bisogni del suo capo, poi risale lungo l’asta, ora nuovamente eretta, e cerca di prendere in bocca la cappella violacea e turgida.

«No! Fermati, non lì. Non ancora. Lecca i coglioni, ti ho detto.»

Il mio uomo obbedisce. Non è certo la prima volta che lo vedo sottomesso e umiliato da un uomo, ma non riesco ancora ad abituarmici. C’è sempre qualcosa di misterioso, di inafferrabile, nel modo in cui un uomo – che io ho sempre considerato un vero uomo – si trasforma in uno schiavo sessuale agli ordini di maschi più dotati di lui che mi prendono con brutalità, quasi a infangare la mia bellezza, sotto i suoi occhi. Accarezzandomi i seni, Alberto mi chiede:

«Lo sai, cara Debora, perché io sono il capo di Giorgio e non è il contrario? Glielo spieghi tu, Giorgio?»

Giorgio non può parlare, ha in bocca un testicolo del suo sbeffeggiatore.

«Vedo che sei impegnato, va bene allora lo spiego io alla tua troietta.»

Poi, rivolgendosi verso di me, afferra con decisione il suo tronco di carne ed esclama:

«È per questo, cara. Io sono il suo capo perché ce l’ho più grosso di lui, più duro, più resistente, più carico di sborra: cioè sono più maschio di lui. Non sto facendo lo sbruffone, sai? Un gran cazzo tra le gambe dà all’uomo la sicurezza necessaria per fare carriera nella vita. Il tuo uomo ce l’ha piccolo, io ce l’ho grosso, quindi io sono il suo capo. Vero, Giorgio.»

Il mio uomo risponde con un mugolio che vuole essere d’assenso. Il cazzo di Alberto nel frattempo è diventato durissimo e minaccioso, pronto per squartarmi ancora.

Scene come questa si ripetono spesso da un mese a questa parte, cioè da quando frequentiamo stabilmente Alberto. I nostri sabati sera sono dedicati al sesso. Io e Alberto scopiamo e Giorgio si masturba o gli lecca l’uccello. Mi stupisce che non provi mai il desiderio di intervenire. Cos’è? Pigrizia? Senso di inadeguatezza? Paura del confronto con la nerchia di Alberto? Sudditanza al suo capo? Mi piacerebbe sapere se e come si è modificato il loro rapporto professionale. Possibile che questo modo di vivere il sesso, con ruoli gerarchici ben definiti (una femmina, un maschio e un cornuto-guardone-pompinaro) non affiori in alcun modo nei rapporti quotidiani di lavoro? Possibile che ogni volta che si rivolgono reciprocamente la parola non emerga la consapevolezza che l’uno ha il cazzo più grosso, molto più grosso, dell’altro? Possibile che nei momenti di tensione e attrito tra persone che talune situazioni di lavoro generano, questa differente potenza sessuale non emerga stabilendo una gerarchia e garantendo a chi ha il cazzo più grosso l’ultima parola? Vero che Giorgio è un dipendente e l’altro è il capo, ma fino a prima che Alberto mi infilasse la cappella nella fica erano quasi soci, data l’indispensabilità di Giorgio per lo studio. Possibile che la sfera professionale sia così impermeabile a quella sessuale? Giorgio non mi confida molto. Dice che è tutto come prima, semmai c’è solo una maggiore complicità che si traduce in maggiore intesa. Come a dire che il fatto che il suo capo mi chiavi migliora la qualità del loro lavoro. A volte mi piacerebbe essere una mosca per verificare se ciò che afferma sia vero oppure no.

Stasera Alberto ci ha invitati preannunciandoci la presenza di un suo importante cliente arabo, ma di non preoccuparci che comunque troveremo del tempo per divertirci. Io mi sono preparata al meglio, come al solito. Non che debba fare molto. Mi basta un abitino, un leggero trucco e un colpo di spazzola ai capelli. Giungiamo puntuali e Alberto ci introduce nel soggiorno, dove ci attende il commensale. È un corpulento signore di una quarantina d’anni. Indossa un abito color crema e una camicia bianca. È slacciata e spunta fuori un ciuffo di peli incolti. Quel ciuffo richiama alla mente una natura selvatica. Lo guardo, gli stringo la mano e mi accomodo sul bracciolo del divano per non mostrare troppo le gambe, come accadrebbe se sprofondassi nel divano. Lui mi scruta. È affascinato dalla mia figura. Sono giovane, bella e bionda. Uno dei luoghi comuni vuole che gli arabi vadano pazzi per le bionde con gli occhi azzurri. Non lo so con certezza, perché – forse trattenuta dal timore di questo pregiudizio – non sono mai stata in un paese arabo. Alberto è affascinante. Indossa il blazer della prima sera in cui mi ha chiavata tutta. Non sono innamorata di lui, ma subisco il suo fascino. Se mi proponesse una vacanza da soli in qualcuno dei luoghi esotici che è solito frequentare, credo che accetterei. Mi piacerebbe essere la sua compagna per una settimana. Durante il giorno mi farebbe sentire una principessa e durante la notte una troia. Cosa posso desiderare di più? Non che Giorgio non mi faccia sentire desiderata come una principessa, è la notte che non mi sento più troia con lui. Ci vuole sempre un terzo che provveda a sfondarmi con il suo cazzo. Guardo ancora Alberto, la naturalezza con cui versa da bere e mi accorgo di desiderarlo, di sperare che il suo cliente arabo sia stanco e vada a letto presto, così da lasciare libero il campo. Ma non sarà così, temo. Sarò un bell’oggetto durante una cena di lavoro, probabilmente. Mi predispongo ad annoiarmi. L’unica cosa che mi rincuora è la promessa di Alberto: «Non preoccupatevi, troveremo del tempo per divertirci.» ha detto proprio così. Mi ripeto questa frase come un mantra, una litania utile. La conversazione, durante la cena, verte sulla reciproca curiosità. L’arabo, che si chiama Khalil, è un abile conversatore e parla fluentemente la nostra lingua. Quando parla tende a rivolgere lo sguardo verso di me, a volte con un pizzico di insistenza. Mi illustra le bellezze del suo paese con tono pacato. Ogni tanto stranamente la sua mano destra scompare sotto il tavolo. Lo osservo con attenzione e mi accorgo che la porta alla patta e si aggiusta il cazzo, come se una crescente erezione lo infastidisse. Per un attimo rammento che deve essere circonciso e io, un cazzo circonciso, non l’ho mai visto. Per tutta la sera, Alberto o Khalil mi versano da bere. Giorgio osserva tutto senza fiatare. Al momento del digestivo, Alberto lascia libera la sua coppia di camerieri, immerge la sala in una musica di sottofondo e si avvicina a me. Senza alcuna parola mi bacia con dolcezza. Io presa alla sprovvista, sento le sue labbra poggiarsi sulle mie ma non reagisco. Allora la sua lingua le forza per penetrare. Io capisco ancor meno, ma cedo. Mi limona, il porco. Mi limona tutta davanti al mio uomo e al suo ospite arabo. Le sue mani mi stringono in vita. Perché lo fa? Giorgio è paralizzato in poltrona. Credo stia mettendo a fuoco le intenzioni perverse del suo capo. Alberto mi fa ballare lentamente mentre continua a baciarmi. Un minuto, due? Poi, l’arabo rompe gli indugi e mi raggiunge da dietro. Aderisce con il suo corpo al mio per muoversi all’unisono con noi.

«Sei la donna più bella che abbia mai conosciuto – sussurra – puoi anche credere che sia solo un complimento, ma è la verità. Sei affascinante.»

Cosa lo induce a credere che ci starò? Che non reagirò. Che gli abbia fatto un cenno Alberto? Questo significa che i due maschi si erano già accordati. Io sto per essere offerta ad un cliente dello studio legale del mio fidanzato, e chi lo decide non è lui, ma il suo capo. Oppure Giorgio ne è al corrente? Una situazione del genere non l’ho mai provata. Sì, nel club privé ho visto la promiscuità dei corpi, ma stasera non sono spettatrice, sono protagonista. Sono al centro delle attenzioni di tre uomini, e due sicuramente mi scoperanno. Chissà se Giorgio è contento dello spettacolo che gli sta regalando il suo capo. Con un’intesa da vecchi complici, Alberto e Khalil mi sfilano il vestitino dalla testa. Ora ho solo lo slip. Il reggiseno in estate lo evito. Ho delle belle tette che stanno su da sole. Khalil mi volta e contempla il mio seno. È senza parole. Visibilmente turbato. Mi piace rendermi conto dell’effetto che faccio sugli uomini, leggere il loro turbamento negli sguardi, nei gesti, negli imbarazzi. Si inginocchia e mi bacia l’ombelico, mentre Alberto mi morde il collo con piccoli teneri morsi. Giorgio è già in poltrona, il suo posto di osservazione preferito. Si tocca la patta. Pregusta lo spettacolo. Khalil risale lentamente fino ai capezzoli e li bacia alternatamente. La sua mano scivola verso lo slip, si insinua e va a toccare le labbra vaginali, strappandomi un gemito, il primo di questa serata che si preannuncia calda. Le sue dita sono delicate, ma sento che potrebbero sprigionare ben altra forza. Ho le mani libere, comincio ad accarezzargli la testa mentre con la bocca mi succhia i seni. Alberto invece assale lo slip da dietro, insinua un dito tra le natiche e lo spinge nel mio buchino posteriore. Dalla facilità con cui lo introduce, intuisco che lo ha unto, ma con che cosa? La sua saliva o il burro che c’è sul tavolo? Mentre mi pongo quesiti oziosi il suo dito è entrato tutto, incontrando nella membrana che divide il culo dalla vagina il dito di Khalil. Che sensazione meravigliosa. Entrambi i buchi pieni. Khalil ora mi limona. La sua lingua è più ruvida di quella di Alberto e bacia costringendomi a tenere le labbra molto aperte. La mano destra dietro la nuca mi blocca e la sua lingua affonda in quello che è il preludio all’amplesso vero e proprio. Scivolando sempre più nel desiderio, gli slaccio la camicia, portando allo scoperto quella foresta di peli che avevo intravisto prima di cena. Un vello morbido e compatto che accarezzo con piacere. La mia mano esplora quel petto e quel ventre, che scopro prominente. È una sensazione strana. Non ci sono abituata. Giorgio, Marco, Shamal e Alberto hanno un ventre piatto e segnato dai muscoli sviluppati con gli esercizi addominali. Khalil no. I miei polpastrelli, seguendo la linea curva del ventre, provano una sensazione nuova ma non spiacevole. Scendo. La mia mano si fa impertinente e va a slacciare i pantaloni dell’arabo. Per la prima volta nella vita vedrò un cazzo circonciso. La curiosità, mista all’eccitazione, mi divora. Perché in questo momento Khalil mi attrae più di Alberto? Fascino della novità, probabilmente, oppure il suo modo di fare promette un diverso modo di possedere le donne? I suoi pantaloni cadono ai piedi. Se li sfila una gamba dopo l’altra. Si toglie le scarpe. È a piedi nudi. Io infilo la mano negli slip e tocco il suo cazzo. È bello duro. La cappella è la prima cosa che i miei polpastrelli incontrano. Sento subito la pelle nuda del glande. Niente prepuzio. Mi inginocchio e osservo quell’uccello. La cappella nuda del circonciso mi sembra più oscena, più nuda. Come se avesse un rapporto più diretto con il sesso. Torbidamente, la prendo in bocca. Un sospiro di Khalil mi fa capire le sue sensazioni. Gli piace. La bocca della bionda occidentale gli dà sensazioni piacevoli. Mi accarezza dolcemente i capelli e altrettanto dolcemente spinge le labbra verso il suo pube per infilarmi tutto il cazzo in bocca. Lo lecco volentieri, le mie mandibole non devono fare la fatica che faccio con l’uccello di Alberto, o di Marco, o di Shamal. Ha un cazzo di buone proporzioni, non largo come quello di Alberto, ma con la stessa lunghezza. Mentre lo succhio, mi rendo conto che è più grosso di quello di Giorgio. È mai possibile che da quando abbiamo cominciato questa nuova vita sessuale io non abbia mai visto cazzi più piccoli di quello del mio uomo? Ogni volta che snudo un banano è sempre più grosso del suo. È possibile che il mio uomo abbia un cazzo minuscolo e io, nella mia adolescenziale ingenuità, non me ne rendessi conto? Significa dunque che solo ora sto diventando consapevole e quindi veramente donna. Solo adesso sto diventando capace di comprendere e godere gli attributi dei maschi nel loro pieno turgore. Cazzo mi sono distratta e non mi sono resa conto di ciò che stava per accadere. Khalil non ce la fa più, il mio pompino gli piace

troppo. Mi blocca la testa e con un mugolio indecifrabile, alternato a parole smozzicate, comincia versarmi in gola il suo sperma. Getti potenti di schiuma densa. La sua sborra mi riempi la bocca. Non l’avevo messo in conto. Pensavo durasse di più. Ho sottovalutato la sua eccitazione. Io stessa non mi capacito. Bevo tutto il suo sperma, gli lecco a cappella per ripulirla. È pazzesco. Io sto bevendo lo sperma di uno sconosciuto. Io sto bevendo la sborra densa di un arabo. La cosa mi sembra più porca che mai e spinge la mia eccitazione a mille, così mentre Alberto continua a pistonarmi il culetto con il suo pollice, vengo anch’io. Raggiungo l’orgasmo e godo senza ritegno, senza vergogna. Il primo orgasmo della mia vita senza avere qualcosa in fica. Sto imparando un sacco di cose, da un po’ di tempo in qua.

Riprendendomi dall’orgasmo, cerco lo sguardo di Giorgio. Mi sorride con espressione rapita. Il suo cazzetto è duro. È naturale che di tre uomini, quello col cazzo più piccolo sia escluso dai giochi. Tu non sai giocare, quindi ti metti lì e guardi. Come accadeva da bambini. Quante volte le bambine più grandi mi escludevano con questa scusa? A Giorgio sta capitando la stessa cosa. Lui ce l’ha piccolo. Non può giocare a questi livelli, deve solo guardare e sparasi le seghe. L’umiliazione morale questa volta è aggravata dal fatto che i due uomini siano rispettivamente il suo capo e un rispettabile cliente. Khalil mi offre un goccio di vino, poi mi bacia. Il suo cazzo è tornato duro. Mi solleva di peso e mi impala sul suo uccello. Come mai Alberto non mi ha ancora posseduta? Dovere di ospitalità, forse? Khalil muove su e giù il mio bacino. Ogni volta che mi lascia andare la penetrazione si fa profonda. Chissà quali sensazioni mi procurerebbe se avesse un cazzo come quello di Marco. Mi aprirebbe letteralmente in due. Poi, sempre tenendomi impalata sul suo cazzo mi porta nella camera di Alberto – conosce la strada, penso – e mi rovescia sul letto matrimoniale. La camera ha specchi ad ogni parete, tra cui alcuni nascondono la cabina armadio, soffitto compreso. Ora sono sotto di lui. Nello specchio del soffitto vedo la sua schiena forte e l’espressione beata del mio viso. Mi piace essere montata così. Mi fotte con vigore, con foga. Continua a dirmi che sono bellissima. È una litania, la sua. Mi solleva le gambe, mi bacia i piedi, mi succhia gli alluci, prima uno e poi l’altro. Il suo petto villoso e il suo ventre prominente mi affascinano. Sono così abituata a fisici costruiti in palestra che la virilità selvaggia di quest’uomo mi sconvolge i sensi. Una bellezza primitiva, naturale, quella del suo corpo. Le sue cosce sono forti per necessità, non per volontà. C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui mi possiede. Giorgio si è sistemato su una poltroncina ai piedi del letto. Quella che, da quando frequentiamo la casa di Alberto, può essere considerata la sua poltroncina. Se verremo qui nei prossimi vent’anni diventerà sua per usucapione. Si masturba in silenzio. Alberto è di fianco a me e mi accarezza i seni.

«Ti piace come ti chiava il mio amico, eh?»

«Sì, mi piace… mi piace… mi piace.»

«Hai visto che bel regalo ti ho fatto? Dopo saprai ringraziarmi per questo? Farai tutto ciò che ti chiederò?»

«Sì… sì… farò tutto ciò che vuoi.»

Scuoto la testa a destra e a sinistra. Nel mio delirio sessuale mi pare di sentire Alberto apostrofare Giorgio:

«E a te, cornuto, piace quello che Khalil fa alla tua donna?»

Con voce roca per via dell’eccitazione prolungata, Giorgio risponde di sì.

«E vedrai tra poco… Vuoi vedere, cornuto?»

«Sì, voglio vedere. Voglio vedere tutto.»

«Toccagli coglioni, cornuto. Vai a toccare i grossi coglioni di Khalil.»

Giorgio lascia la sua poltrona e si avvicina. Dapprima accarezza la schiena dell’arabo. Lo vedo nello specchio del soffitto. È servizievole, ubbidiente. Dopo la schiena accarezza le chiappe. Ammira quel maschio, si intuisce bene. Infine raggiunge i coglioni duri di Khalil, poi si spinge fino alla radice del cazzo per percepirne la consistenza. Un suo dito cerca di intrufolarsi in me. Probabilmente per verificare se quel bell’uccello mi occupa tutto l’imbocco vaginale e per sentire quanto sono bagnata. Poi, lo specchio mi rimanda un’immagine imprevista. Giorgio scivola giù dal letto si inginocchia e comincia a leccare i coglioni di Khalil. Talvolta mi pare risalga, segno che gli lecca anche il culo. Giorgio sembra perso nel suo delirio tanto da non accorgersi che Alberto si è messo dietro di lui e si sta lubrificando il cazzo. Quell’affare mostruosamente largo, reso ancor più minaccioso dalla lucidità si appoggia al buco del culo di Giorgio. Con le braccia forti, Alberto gli blocca i fianchi. Poi con un colpo secco lo penetra. Nessuna pietà, nessuna attenzione. Solo il desiderio brutale di spaccargli il culo, di sodomizzarlo, di sottometterlo completamente. Giorgio viene inculato dal suo capo. Un uomo che lo comanda professionalmente, che ha un cazzo molto più grosso del suo, che abitualmente gli chiava la donna. Quale abisso di umiliazione e degrado ha cercato e trovato, quel poveretto di Giorgio. Lancia un urlo, uno solo, ma straziante. Il segno di un doloroso cedimento alla volontà superiore di un maschio, di un vero maschio, in ogni caso più maschio di lui. Se recitassero dei ruoli Alberto, il mio stallone sarebbe il maschio, Giorgio, il mio partner di vita, la femmina. Mentre lo incula brutalmente lo insulta:

«Sei peggio di una zoccola. Non hai alcun ritegno. Ma che uomo sei? Ti fai chiavare la donna da tutti, ti fai le seghe guardandola e in più non vedi l’ora che ti inculino. Cornuto e ricchione. Sei cornuto e ricchione, vero?»

«Sì – geme Giorgio, ancora in preda al dolore per la brutale e improvvisa penetrazione – sì, sì, sono la tua zoccola, il tuo cornuto…»

Sarei proprio curiosa di vedere come si guarderanno domani in ufficio. Immagino lo sguardo devoto che Giorgio rivolgerà al suo inculatore. Per un momento immagino Giorgio piegato sulla scrivania e Alberto che lo incula vigorosamente. Ma non accadrà. Loro hanno bisogno della mia presenza per poter liberare l’omosessualità. Alberto non inculerebbe mai un uomo se non con l’alibi di dominarlo dopo avergli chiavato la donna.

Nel frattempo l’arabo mi fotte come una locomotiva. Sento il mio orgasmo vicino, ma quando i segni del suo avvicinamento diventano visibili, Khalil si rovescia sul letto in modo da trovarsi con la schiena sulla coperta e io sopra di lui. Alberto si sfila da Giorgio e lo rimanda al suo posto di osservazione. Un vero sfregio. Non gli dà neppure la soddisfazione di venirgli nel culo. Gli nega anche la pur piccola sensazione di essere desiderato fino alla fine dell’amplesso. Poi, ungendosi il dito con il lubrificante, mi penetra il buchino libero. Avanti e indietro, avanti e indietro. Abituata dalle misure di Marco e di Shamal, non soffro questo trattamento. Almeno fino al momento in cui non sento l’enorme cappella di Alberto appoggiarsi al mio buco del culo. Il porco, dopo aver sfondato il culo di Giorgio, vuole incularmi mentre Khalil mi fotte. La cosa mi spaventa non poco. Non l’ho mai fatto. Due uomini insieme dentro di me. La mente vola, l’eccitazione che era già al massimo poiché era già in prossimità dell’orgasmo, esplode. Alberto comincia a spingere. “Se sono stata capace di prendere nel culo la bestia di Marco, riuscirò a prenderli tutti e due insieme”, mi dico quasi per esorcizzare una paura residua. Solo che la cappella è grossa e mi fa male. Lui spinge delicatamente ma decisamente. Con me usa il massimo tatto, con quel poveretto di Giorgio, il massimo della brutalità. Mi blocca i fianchi, non ho vie di fuga. Spinge. È duro. Lo sento mentre si fa strada in me. Khalil è immobile, ben piantato nella mia fica, per non ostacolare la penetrazione anale del cazzo del suo amico e complice. Sono il loro sandwich di carne. Porci, se avessi saputo cosa mi aspettava, sarei venuta qui stasera? Probabilmente sì. Sì, sì, sì! Alberto è tutto dentro, ora. Pian piano si muove, poi una volta occupato bene il mio culo, si ferma. Khalil riprende a muoversi. Ora non c’è rischio che il suo amico possa sfilarsi. Sono piena e mi sento piena. L’eccitazione è a mille e quando mi intravedo nello specchio alla parete, perdo del tutto la ragione. Li incito. Dico loro di spaccarmi tutta, davanti e didietro. Sono la loro puttana, la loro troia, possono farmi ciò che vogliono. Infoiati, Khalil e Alberto cominciano a fottermi in modo alternato. Quando uno esce, l’altro entra. All’inizio lo fanno lentamente, poi man mano la velocità aumenta. Io non smetto di incitarli:

«Stalloni, porci… sì fottetemi così… per sempre, non smettete mai. Ah. Siete meravigliosi… [Mi ricordo di Giorgio per un momento] E tu cornuto, guarda come ti montano la donna. Te la spaccano tutta, davanti e dietro… »

Alberto si aggiunge: «Vedrai che buchi larghi avrà dopo, vedrai…»

Poi nessuno riesce più a dire una parola. Esplode l’orgasmo. Prima il mio, subito dopo quelli dell’arabo e Alberto, che da vecchi marpioni sanno come sborrare contemporaneamente riempiendomi tutti i buchi. Ma quanta sborra ha Alberto, stanotte. Forse perché non era ancora venuto, forse perché è più eccitato, forse perché si è già inculato Giorgio, mi sembra che abbia più sborra che mai e che mi stia riempiendo tutto l’intestino. Quasi un clistere, direi.

Sono immobile sul letto, a pancia in giù. Distrutta, devastata. I due chiavatori hanno mostrato i miei buchi larghi al povero Giorgio. Lui non potrebbe mai ridurmeli così, neanche volendolo. Sono appisolata, sento lo sperma di Alberto che mi esce dal culo e quella di Khalil che gocciola dalla fica. Poi, come in un dormiveglia dolcissimo sento una lingua che mi lecca laggiù. Prima mi ripulisce il culetto, poi la fichetta. Con devozione e delicatezza. Mi lascio cullare dalle sensazioni che quella lingua mi dona. Poi, incuriosita osservo attraverso lo specchio laterale chi sia il mio leccatore. È Giorgio. Il mio uomo sta bevendo da me la sborra di Alberto e dell’arabo. Provo per lui tenerezza e rabbia al tempo stesso. Si può essere più cornuti di così?

Continua…

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