Succhiami il cazzo cornuto, la scoperta del bull

Succhiami il cazzo cornuto, la scoperta del bull

Succhiami il cazzo cornuto, la scoperta del bull

Contemporaneamente, ormai partecipe delle fantasie sessuali di Giorgio, la sera navigavo insieme a lui in tutti i siti cuckold alla ricerca di storie erotiche vere, di immagini di cornuti, di chat e webcam, di nuovi stalloni da frequentare.
Lì scoprii i nomi dei ruoli: Shamal era il mio bull, Giorgio il cuckold e io una sweet lady, o una slut wife. Non so se fosse vero, ma so che farmi chiavare da Shamal mi piaceva. Fu proprio una sera durante la navigazione in Internet che facemmo una scoperta imprevista: lo riconoscemmo. Parlo di Marco, il mio attuale e unico stallone, il mio bull, l’uomo che ha offuscato la fama e l’abilità di Shamal.
Giorgio era in trance. Si era tirato fuori il cazzo e aveva preso a spararsi compulsivamente una sega. Sembrava che non potesse fermarsi più.
Chi è Marco? È un bel maschio, un semidio sceso in terra per la gioia dei miei sensi. Bello, proporzionato in tutto il corpo e nella forma del cazzo, sproporzionato nelle misure. Un obelisco di carne dura, imponente, minaccioso ma ha alcuni grandi difetti: io lavoro in uno studio legale e lui è un mio collega di lavoro. È un figlio di puttana, arrivista, rampante, disposto a rovinare chiunque pur di fare carriera. Odia me perché fino ad oggi ho snobbato il suo indubbio fascino, e odia il mio uomo perché è l’unico avvocato contro cui non abbia mai vinto alcuna causa.

Aveva inserito un’inserzione, il bastardo, si definiva “bull per cuckold” e si offriva a coppie di bella presenza. Soprattutto pretendeva che lei fosse giovane e bella. Voleva me, insomma, o una come me. La prima foto dell’inserzione lo mostrava nudo e a cazzo eretto, il viso era nascosto. Nella seconda, il suo imponente cazzo inculava una donna, nella terza un paio di belle labbra glielo succhiavano. Nessuno poteva riconoscerlo, solo noi e gli altri colleghi, per via del suo strano vintage orologio a forma triangolare. Aveva dimenticato di toglierlo. Giorgio sembrava impazzito. Lo colpiva il nome di bull per cuckold, era come se improvvisamente fossero chiari i ruoli tra lui e Marco. Lui il cornuto, l’altro il bull, il chiavatore.
Lo sconfitto e il vincente, l’umiliato e il trionfante. In palio c’ero io. D’altronde, Giorgio confrontava il suo cazzo con quello di Marco: ma era perdente, e di molto. Un po’ spaventata, mi chiesi che fine stesse facendo la virilità di Giorgio, sempre messa a confronto con altri uomini dal membro più grosso del suo e desiderosi di trafiggergli la donna. Si ha un bel dire che non contano le misure, ma a quanto pare per gli uomini contano. Sono ossessionati dalle misure. Per loro è la capacità di penetrazione che incide e decide se essere amati oppure no. Quando un uomo vuole umiliarne un altro, nella sfera sessuale, gli mostra il proprio grosso membro eretto, come a dire “guarda com’è grosso, tu una nerchia così non te la puoi permettere. Sono più maschio, più stallone di te!”. È offerta, è arroganza, è affermazione di sé, che ne so, non sono una psicanalista, fatto sta che mostrarsi l’uccello tra uomini è un’affermazione di virilità, orgogliosa virilità, tant’è che cominciano da ragazzi.
Non a caso chi ce l’ha piccolo, o teme di averlo piccolo, si vergogna, è restio a mostrarlo anche in quelle situazioni cameratesche, quali la doccia. Proprio questo stava facendo Marco il bull. Lui non lo sapeva ma aveva appena umiliato il suo nemico d’affari mostrandogli una verga spropositata ed eretta. In quel momento pensai che la virilità di Giorgio si indebolisse, che cedesse il passo agli altri e che il ruolo di guardone e cornuto in lui diventasse predominante. Io stessa però devo ammettere che rimasi un po’ scossa. L’idea che quel bastardo avesse tra le gambe un attrezzo di simili dimensioni, più grosso di quello di Shamal, mi si ficcò in testa.
Se non avessi mai tradito Giorgio con altri, forse mi sarebbe stato indifferente, ma dopo aver provato i piaceri della trasgressione non ero affatto insensibile al fascino di una cappella grossa e dura.
Poco dopo, nel letto facendo l’amore, fantasticammo sulla cerchia del mio bull Marco, immaginammo che mi penetrasse ovunque, che godessi come una pazza e che lui insultasse Giorgio. Gli sussurrai, fingendomi Marco: «Cornuto, guarda come ti fotto la donna. Te la monto tutta e guarda come gode. Il tuo cazzetto non può darle lo stesso piacere che le do io.» Poi, tornando me, stessa continuai:
«Giorgio, guarda come mi monta Marco. Mi riempie tutta. Mi spacca tutta
Giorgio a quel punto esplose: «Troia! Non ti basta più il mio cazzo. Li vuoi più grossi, eh?»
Non risposi, temevo di ferirlo.
«TROIA, RISPONDI! È così?»
Aveva pronunciato le prime parole ad alta voce, quasi gridando. Tra mille pause gridai anch’io:
«Sì… Li voglio più grossi e più lunghi… Li voglio enormi… Voglio che mi sventrino…»
«Perché? Perché? … Il mio non ti basta più?»
«Voglio sapere cosa si prova… Voglio essere troia fino in fondo… Solo una cagna vogliosa di sesso… di cazzo… di nerchia…»
Giorgio mi colpì più a fondo col suo cazzo, e io gemetti: «Ah, Marco mi trafigge.»
Ad ogni parola che pronunciavo, il mio uomo si scatenava, diventava selvaggio. Era la prima volta che lo vedevo agitarsi in un amplesso così furibondo. Ed era contagioso. Anch’io presi a scuotere il bacino andandogli incontro in modo che i nostri inguini cozzassero violentemente. Gridavo turpitudini e lui mi insultava con ferocia.
«Se ti piace tanto perché non te lo sei ancora preso?»
«Per paura di farti del male».
«E ora non ne hai più?» mi incalzò
«Ho già provato altri cazzi più grossi del tuo.»
«Ti piacciono enormi, eh!».
Alla parola enorme, mi tornò in mente il cazzo di Marco. Come se mi avesse letto nel pensiero, Giorgio con perfetto sadismo, si fermò ed estrasse il cazzo. Rimasi ansimante sul letto.
«Ho capito, il mio è troppo piccolo adesso. Vorrà dire che te lo metterò nel culo. Vai a prendere un po’ di burro, troia.»
Il suo tono era imperioso. Non seppi oppormi. Nuda com’ero mi avviai verso la cucina, seguita dal suo sguardo severo. Avevo un po’ di timore perché non lo facevamo spesso, anzi lo avevamo fatto solo un paio di volte. Il mio buco del culo è stretto, bisogna lavorare per sfondarlo bene.
Poco dopo tornai con il panetto di burro. Me lo tolse di mano e poi si unse il cazzo. Se lo spalmò con calma maniacale.
«Mettiti alla pecorina!» ordinò.
Senza parlare, obbedii. Era chiaro ciò che voleva, ma forse lo volevo anch’io. All’improvviso sentii un paio di dita che mi frugavano nel solco tra le chiappe. Mi unse il buco del culo a lungo e con dolcezza, poi quando manifestai segni di impazienza, muovendo il bacino verso di lui, appoggiò la cappella sul mio ano. Porco. Lentamente, ma con assoluta decisione, cominciò ad infilarmi il cazzo nel culo. Mi dilatava le pareti dell’ano. Sospirai a lungo e profondamente. Poi gemetti di dolore quando raggiunse il fondo del canale. Me lo aveva cacciato tutto dentro. Ero preda di un uomo che non pareva preoccuparsi del mio piacere, tanto era preoccupato del proprio. All’improvviso mi dette un colpo secco e profondo, così violento da togliermi il respiro. Mi bloccai, e mugolai. Avrei voluto gridare, ma la sua mano mi copriva la bocca.
«È per questo che vuoi un cazzo più grosso? Perché ti faccia male? Perché ti sventri una volta per tutte?»
Non sembrava intenzionato ad ascoltare la mia risposta. La sua eccitazione si alimentava del suo stesso linguaggio. Mentre mi muovevo, il mio uomo prestò attenzione affinché il cazzo non si sfilasse dal culo. Poi riprese a muoverlo dentro di me per qualche minuto. Mi stavo sciogliendo tutta. Il piacere che provavo mi obnubilava. Lo specchio della camera rifletteva le espressioni dei nostri visi: il suo sforzo per dilatare completamente il varco nel mio corpo e la mia smorfia di piacere misto a dolore nell’accoglierlo. Si sfilò e tornò ad ungersi abbondantemente il glande. E con un colpo secco mi trafisse tutta. Urlai mentre lo sentivo piantarsi profondamente in me. Rimase immobile tenendomi bloccata per i fianchi, onde evitare che mi sottraessi alla penetrazione. Trascorso qualche secondo, cominciò a muoversi lentamente. Il cazzo di Giorgio aveva cominciato a penetrarmi con decisione: avanti e indietro più e più volte.
«Vorresti quel bestione nella fica? Lo avrai. Ti farò montare da Marco, ma nel frattempo mi tolgo la soddisfazione di spaccarti il culo.»
«Sei un porco. Come ti vengono certe idee?» riuscii a dire dopo aver ripreso fiato.
«Sei tu che me le provochi… Sei così troia…»
Ogni frase era smozzicata. Ansimava visibilmente eccitato. Dopo qualche minuto riuscii a sciogliermi e ad apprezzare il senso di pienezza che mi dava l’ingombrante presenza della sua nerchia nel culo. Mi sentivo letteralmente spaccata, aperta in due come una cozza. Quel cazzo era un coltello conficcato in me. Eppure dietro la scorza del primo dolore si andava facendo strada il piacere. Un piacere intenso e diverso che le altre volte non avevo provato. Un piacere a cui contribuiva in modo determinante l’idea di ciò che stava succedendo. Mi piacevano le sensazioni provate e mi piaceva l’idea di essere inculata. Era una miscela esplosiva, perché all’improvviso cominciai a gridare:
«Sìììì… Spaccami, maschione mio. Aprimi tutta. Inculami più forte, amore. Inculami tutta… Spaccami il culo… sfondamelo… Pensa a quando lo farà Marco, a quando mi chiaverà lui e mi sfonderà anche il culo.»
Fu una scudisciata sui lombi di Giorgio. Cominciò a fottermi con una violenza inaudita. Sembrava intenzionato a rompermi il culo definitivamente. Temetti di finire al pronto soccorso per farmi ricucire il buco.
«Troia… Eccotelo tutto. Tutto. Toh… Toh…»
«Così… così… stallone mio…»
«Sono il tuo inculatore… Non sarò grosso come Marco, ma sono vero. Ti inculo in carne ed ossa…»
«Sì… Ossa… Amore, hai un osso nel cazzo.»
Prese a schiaffeggiarmi le natiche con violenza.
«Zoccola… puttana… rotta in culo… ti ammazzo a colpi di cazzo… Te lo spano il buco del culo… Non potrai più chiuderlo.»
«Ah, sono tua… tua… tua…»
Le sue ultime frasi unite al movimento brutale della sua mazza tra le chiappe mi portarono ad un orgasmo violentissimo. Di un’intensità nuova. Non capivo più niente. Gridavo oscenità e frasi sconnesse. Gridavo, gridavo, gridavo. Probabilmente gridavo così forte che Giorgio, per evitare che mi sentissero i vicini mi cacciò in bocca i suoi slip. L’ultimo grido si soffocò in gola. E proprio in quel momento mi accorsi che anche Giorgio era pronto per esplodere, per schizzarmi tutta la sborra in fondo all’intestino. Il suo sperma caldo cominciò a schizzare fuori dal glande per riempirmi tutto il culo.
«Godo, troia! Godo. Ti godo nel culo… Ti godo nel culo… te lo lavo il tuo magnifico culo… ti faccio un clistere di sborra… Senti quanta ne ho?»
«Lo sento» gemetti, ormai esausta.
Poi si accasciò su di me ed io a mia volta mi lasciai andare sul materasso. Sentivo il suo corpo pesare sul mio. Il suo respiro sul collo, le sue labbra che mi baciavano delicatamente la spalla destra. Ero sua, non potevo negarlo. Mi aveva appena posseduta fino in fondo e in modo così animalesco che non potevo illudermi come spesso mi era capitato di essere io la padrona del gioco. Spesso era capitato, ma non quella volta. Il culo mi faceva un po’ male e nonostante il suo pene si stesse ammosciando, lo sentivo ancora pieno.
«Ti amo» sussurrò dolcemente.
«Anch’io» risposi ansimando.
«Ti è piaciuto?»
«Moltissimo. – soggiunsi – La più bella inculata della mia vita.»
Nel momento stesso in cui esclamavo quella frase, mi passò per la mente l’idea di come dovesse essere un’inculata di Marco. Avevo visto la fotografia di una ragazza con il suo cazzo nel culo, ma non riuscivo ad avere un’idea precisa di cosa stesse provando in quel frangente. Mi voltai costringendo Giorgio a sfilarsi dal mio culo e lo abbracciai.
Poi lo provocai:
«Non te l’ho mai sentito così duro… La gelosia ti eccita.»
«Sei tu che mi ecciti, non la gelosia.»
«Dì la verità. L’idea che possa piacermi il cazzo di Marco ti eccita, ti fa infoiare come un toro.»
Non rispose più, però mi parve di cogliere una vibrazione di piacere nel suo cazzo appoggiato alla mia pancia.

Continua…

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