Succhiami il cazzo cornuto, il parcheggio per scambisti

Succhiami il cazzo cornuto, il parcheggio per scambisti

Succhiami il cazzo cornuto, il parcheggio per scambisti

La nostra vita di coppia è ripresa normalmente, almeno in apparenza, come un mare tranquillo in superficie. In realtà ad entrambi manca qualcosa. A me, gli eccessi sessuali a cui mi costringeva Marco, e a Giorgio le umiliazioni cui era sottoposto. Quando scendiamo al club, vediamo Shamal, che è abile, è superdotato e mi scopa bene, a volte fin troppo, come se nel suo modo di prendermi vi fossero tracce residue della sua professione di pornoattore. Io e Giorgio, però, ci rendiamo conto che per noi non è la stessa cosa. Shamal mi rispetta, anche quando mi sodomizza. È persino diventato nostro amico, ora. Con Marco era diverso. In Marco c’era una sottile vena di odio nei confronti di Giorgio e della sua fortuna nell’avermi come compagna di vita, nonché di competizione professionale. E c’era una rabbia nei miei confronti perché gli preferivo un altro maschio. Tutto questo, a letto, si traduceva in cattiveria, in fantasie perfide che escogitava per sottometterci entrambi, approfittando della nostra disponibilità ad adorare il suo corpo da semidio e il suo prepotente cazzo. E questo pizzico di cattiveria, che per fortuna si fermava prima del sadismo – perché Marco voleva farmi del male con il suo corpo non con strumenti di tortura – aggiungeva sapore ai nostri amplessi. Ogni incontro con Marco era una discesa agli inferi. Cosa ci sarebbe accaduto? A quali tormenti psicologici e fisici ci avrebbe sottoposti. Come avrebbe posseduto me e umiliato Giorgio?
Con Shamal, tutto questo non c’è. Scopare con lui è un atto di salute, ma noi cerchiamo il sesso malato. In questo senso, Marco ci ha aiutati a scoprire la nostra vera natura. Anche cambiando atteggiamento, anche diventando perfido, Shamal non potrebbe darci ciò che ci dava Marco. La sua vicinanza lavorativa, il rischio che mi svergognasse davanti a tutti, magari durante un caffè al bar con i colleghi, o durante la pausa pranzo al nostro solito ristorante, che umiliasse Giorgio raccontando ai suoi colleghi come lo cornificava: tutto questo si traduceva in eccitazione, rendendo pepatissimi i nostri appuntamenti sessuali.

Una volta l’anno, verso la fine di giugno, lo studio legale per cui lavora Giorgio, organizza una convention seguita da una cena danzante, cui partecipano tutti i dipendenti accompagnati dalle loro consorti, amiche, fidanzate. Mi preparo per questa serata, indossando un abito leggero color salvia, non troppo corto (è una questione di classe) e con le braccia scoperte. Giorgio è elegantissimo nel suo abito di lino blu da cui spicca una leggera camicia bianca. Una leggera abbronzatura che ci siamo procurati qualche giorno fa al mare. Noi non amiamo abbronzarci con le lampade. Il mio uomo è bellissimo. Non ha alcun difetto, a parte forse quello di non avere un cazzo grosso come quello di Marco, o come quello di Shamal. Ma questo limite indossando i pantaloni non si nota. Usciamo. Saliamo in automobile e ci avviamo. Nel silenzio tranquillo del viaggio, la mia mente divaga. Un tempo il problema delle dimensioni dell’uccello di Giorgio non mi avrebbe mai sfiorata, ma da quando lui mi ha sospinta tra le braccia di altri stalloni, ho cominciato a pormelo. Si rende conto dell’errore che ha fatto? Lo vedevo perfetto, e grazie alla sua ossessione di vedermi chiavata dagli altri, ecco che gli ho trovato un difetto. Ha il cazzo un po’ piccolo, forse il minimo sindacale per le esigenze di una donna. E non mi sembra giusto. Un uomo in gamba come lui, bello come lui, in forma come lui meriterebbe di avere tra le gambe una bella nerchia. Peccato. Per fortuna c’è il resto che me lo fa amare intensamente come il primo giorno… Però il cazzo di Marco mi manca. E non solo il cazzo, anche i suoi perfidi giochi. Una sera quel porco ci costrinse ad andare in un parcheggio per scambisti e guardoni, ma solo dopo un giro erotico in automobile. Giorgio guidava. Io e Marco eravamo seduti sul sedile posteriore. Lui mi toccava le cosce e mi faceva bagnare. Le sue dita sapienti mi titillavano la clitoride. La mia minigonna era completamente arrotolata. La camicetta sbottonata. Ad ogni semaforo, temevo che quelli delle auto a fianco mi vedessero le cosce e le tette. Certo che per Giorgio non era una bella situazione. Fermo al semaforo, seduto da solo, davanti, mentre dietro la sua donna era in balia dei desideri sessuali del suo peggior complice e nemico. Lui confidava forse nel fatto che gli altri non sapessero che ero la sua donna, poteva fingersi l’autista di una coppia eccentrica e viziosa. Marco ad un semaforo in cui eravamo affiancati da un’auto con quattro giovanotti a bordo, abbassò il finestrino e disse loro:

«Che bona ragazzi, dovreste vederla nuda. Guardate che tette (così dicendo me le scoprì, liberandole dal reggiseno). Tra un po’ me la chiavo tutta, davanti e didietro.»

«Beato te. Se hai bisogno di aiuto, non hai che da chiederlo. Noi stasera siamo liberi.» Rispose il ragazzo seduto di fianco all’autista.

«Aspetta che lo chiedo a quel cornuto del fidanzato.» Mi vergognavo da morire. Ero in un’auto con i seni nudi, di fianco a quattro ragazzi che alla vista delle mie tette perfette non capivano più nulla e si lasciavano andare a commenti salaci.

«Hai sentito, cornuto, cosa chiedono i ragazzi? Vuoi che mi aiutino a chiavarti e incularti la donna?»

Giorgio non rispondeva. Non potendo incrociare il mio sguardo non sapeva cosa rispondere. I suoi occhi nello specchietto cercavano, vanamente, di intercettare i miei. Poi ebbe un colpo di genio.

«Solo se sono dei veri superdotati. La mia donna è molto esigente e ben abituata, non sa che farsene di cazzi normali. E tu, Marco, lo sai bene.»

Marco rise di gusto. Aveva provato a metterlo in serio imbarazzo, ma Giorgio, con intelligenza, si era sottratto. I ragazzi stavano per rispondere quando finalmente scattò il verde, così partimmo senza fretta. L’auto dei giovanotti era affiancata alla nostra, poi Giorgio improvvisamente imboccò una strada laterale a destra. I ragazzi non poterono seguirci. Li seminammo. Marco sorrise e non disse nulla. Probabilmente neanche lui aveva veramente intenzione di condividere il mio corpo con quei quattro giovanotti arrapati. D’altronde, non era nel suo stile. Non lo aveva mai fatto, né proposto. Di solito preferiva avermi tutta per sé. Persino Giorgio, quando lui non aveva idee nuove per umiliarlo, era di troppo.

Dopo qualche incrocio, per ordine di Marco, imboccammo un vasto viale alberato. C’era traffico. Nel frattempo il mio bull mi aveva spogliata del tutto. Ero nuda, indifesa, esposta a tutti gli sguardi. Passanti, automobilisti, ciclisti, mi pareva che tutti osservassero solo me, che fossi nuda al centro di una grande piazza, con il mio corpo unica attrazione. Mi vergognavo da morire e mi bagnavo ancor di più. Per fortuna sono ben fatta e non ho nulla di cui vergognarmi. Lui si inginocchiò sul sedile, con le gambe larghe, in modo da presentarsi con il cazzo duro all’altezza del mio viso:

«Succhialo, troia. Succhialo tutto.»

Chiunque ci avesse affiancati, attraverso il finestrino – paragonabile in quel frangente ad uno schermo televisivo – avrebbe avuto in dono uno spettacolo pornografico, in cui una bella ragazza spompinava un supercazzo. E se ci avesse incrociati qualcuno di nostra conoscenza? Che umiliazione per Giorgio, pensai. Guardandolo, però, mi accorsi che guidava con una mano sola, la sinistra, e che il braccio destro si muoveva spasmodicamente. Lo sguardo fisso nello specchietto, dove probabilmente riusciva a vedere le natiche di Marco che si agitavano avanti e indietro. Forse vedeva pure il suo tronco di carne sparire nella mia bocca. Si stava masturbando, il segaiolo. Non finiva mai di stupirmi. Fino a quali abissi di abiezione sarebbe stato capace di scendere?

Infine, raggiungemmo la nostra meta: il parcheggio per scambisti. Solo un’automobile sostava nella penombra dei lampioni. Dai movimenti sussultori della vettura si capiva che dentro qualcuno amoreggiava, forse una coppia, forse un trio, come noi. Parcheggiammo in un angolo poco illuminato e protetto rispetto alla strada. Marco, dopo essersi guardato intorno, riprese a spingermi l’uccello in bocca. Giorgio, libero dall’obbligo di guidare, si voltò e si spostò in modo da poter osservare meglio la scena che gli offrivamo. Io succhiavo con impegno e piacere. Il cazzo di Marco per me era ipnotico, averlo in bocca mi sprofondava in una sorta di trance. Se non fosse stato per la fatica di accogliere tra le labbra un arnese di quelle dimensioni, avrei potuto continuare a succhiarglielo e leccarglielo per ore. Il suo cazzo aveva un buon sapore. Poi Marco decise di fottermi. Mi fece mettere alla pecorina sui sedili posteriori e seppure con qualche scomodità iniziale, mi picchiò il suo uccellone tutto in fica. Accadeva ancora, accadeva di nuovo. Ero sua. Non contava il luogo, la posizione, ciò che contava era che io lo sentissi dentro di me. Solo questo contava veramente. Anche Giorgio, che nella penombra si masturbava, in quel momento contava poco. Che ci fosse o non ci fosse, non dico che fosse indifferente, anzi il suo sguardo concupiscente mi eccitava, ma non era lui il punto focale della situazione. Tutto ruotava intorno al piacere che sapevano darmi quel tronco di carne dura e il suo padrone. Per accrescere l’eccitazione, Marco ordinò a Giorgio di accendere le luci interne dell’abitacolo. Probabilmente, voleva richiamare l’attenzione dell’altra coppia o di qualche guardone che presumibilmente bazzicava nei dintorni del parcheggio per scambisti. Doveva rimanere deluso, almeno per qualche minuto. Mi fotteva con foga, come al solito: «Troia, sei proprio una troia. Ti fai chiavare ovunque. E se te lo avessi ordinato ti saresti fatta fottere anche da quei giovanotti, vero?»

Godevo! come sempre tra le sue braccia, godevo; come sempre con il suo cazzo piantato fino in fondo alla fica, godevo.

«Sì! – risposi- basta che non smetti di darmi il tuo cazzo e faccio tutto ciò che vuoi. Sono la tua troia, la tua puttana…».

«Hai sentito cornuto cosa dice la tua donna? Ma poi, è ancora la tua donna. La chiavo io, la inculo io. Se le ordinassi di non scopare più con te mi obbedirebbe… » nel frattempo mi piantava dentro colpi di cazzo potenti come colpi d’ariete.

«Troia, è vero che se ti dico di non scopare più Giorgio tu mi obbedisci?»

«Sì, sì, SÌÌÌÌ!!». Il mio era un sì convinto, ma era anche il sì dell’orgasmo. In quel momento, mentre il mio corpo veniva squassato dai suoi colpi e dall’orgasmo, avrei risposto sì a qualunque sua domanda. Non mi rendevo neppure conto che avrebbe potuto approfittarne per costringermi davvero a non chiavare più con Giorgio. È vero che presi come eravamo da quel torbido triangolo, io e il mio uomo scopavamo meno di prima, e che quando lo facevamo era sempre all’insegna del ricordo dei giochi con Marco. L’idea di un divieto totale mi spaventava, eppure in quel momento, se fosse stata la condizione indispensabile per continuare a farmi montare da Marco, avrei rinunciato agli amplessi con Giorgio. Ero spaventata da me stessa, dalla mia capacità di oltrepassare tutti i confini interiori. In quale abisso mi sarei lasciata trascinare da Marco?

«Hai sentito, cornuto? Il tuo cazzetto può scopare solo perché io te lo concedo.» Marco e Giorgio aumentavano contemporaneamente la loro velocità. L’uno dentro la mia fica, l’altro nella sua mano. Mentre i due infoiati marciavano decisi verso l’orgasmo e mentre attendevo il poderoso getto di sborra che mi avrebbe lavata tutta, tornavo lentamente alla realtà e fu così che intravidi un’ombra avvicinarsi all’auto. Mi spaventai. L’ombra ormai era a ridosso del finestrino e stava bussando contro il vetro:

«Polizia! Aprite! Mani bene in vista!»

“Porca miseria. E avevamo anche lasciato le luci dell’abitacolo accese. Altro che guardoni. La polizia. E ora cosa facciamo?” Pensai. Costrinsi Marco a sfilarsi. Poveretto, stava per sborrare, ma non potevamo certo chiedere ai poliziotti di attendere che finissimo. Giorgio si tirò su i pantaloni in fretta e furia e, benché avesse la camicia fuori, poté aprire la portiera e scendere dall’auto. Io e Marco eravamo completamente nudi. Stavo cercando di indossare qualcosa per coprirmi, ma un poliziotto che aveva infilato la testa dallo sportello anteriore disse:

«Lasci perdere, signorina. Lei sta bene anche così. Ora favorisca i documenti.»

Un altro poliziotto, rivolgendosi a Marco:

«Complimenti per la dotazione, giovanotto. Ora però vuole fornirmi le sue generalità?»

Marco, senza perdersi d’animo, consegnò la carta d’identità e disse: «Purtroppo certi attributi dai documenti non emergono.»

L’agente, divertito dalla situazione in cui si era trovato, e che probabilmente rallegrava una noiosa serata di ronda, rispose: «Per rimediare, la prossima volta che rinnoverà la carta d’identità, alla voce sesso scriva “enorme”.»

«È una bella idea. Me ne ricorderò.»

Controllati i documenti il capo pattuglia chiese:

«Ora qualcuno di voi, ci vuole spiegare perché tre distinti avvocati praticano sesso spinto in un parcheggio per scambisti?»

«Una scommessa, signor agente – rispose velocemente Marco. – Una scommessa di lavoro. Oggi ho vinto una causa contro di lui (e indicò Giorgio). Avevamo scommesso che se avessi vinto io, gli avrei scopato la donna in automobile. Altrimenti lo avrebbe fatto lui. [Chissà se gli agenti si erano accorti che non c’era equità di scambio tra gli scommettitori, perché la frase di Marco, con abile doppio senso, intendeva dire che in caso di vittoria anche Giorgio si sarebbe scopato me] Poiché ho vinto, stavo riscuotendo il pattuito. E voi ne siete testimoni.»

«Secondo voi, il giudice che ne penserà?»

«Beh, se il giudice è mio zio, allora finirà con un rimprovero. Lo conosco bene, mi considera un ragazzaccio, anche se come avvocato mi stima. D’altronde, signor agente, guardi la ragazza. Non è bella? Avrei forse dovuto rinunciare a riscuotere la vincita?»

Tutti e tre gli agenti mi osservarono. Mi vergognavo da morire. Marco – benché capissi che stesse cercando di tirarci fuori dai guai – lo avrei ucciso lì, e sapevo che Giorgio non poteva fare nulla.

«Effettivamente…» commentò il capopattuglia. Poi rivolgendosi al cornuto:

«Le sembrano scommesse da fare? Io se avessi una ragazza così bella non la farei toccare da nessuno.»

«Ha ragione – rispose Giorgio – e non avrei voluto, ma ero così sicuro di vincere… »

Grazie al nome del giudice, al nostro ruolo professionale, alla simpatia di Marco e alla mia bellezza ce la cavammo con un rimbrotto. L’altra auto del parcheggio per scambisti era scomparsa. Più furbi di noi, probabilmente. Mentre rammento l’episodio mi sfugge un sorriso, tenero e malinconico. Cosa starà facendo ora Marco? Giorgio nota il mio sorriso e me ne chiede il motivo. Inizio a raccontargli di quella serata. Lui ride e comincia ad aggiungere altri dettagli. A furia di “E ti ricordi… “la ricostruiamo insieme, ridendo come matti per tutto il viaggio.

Continua…

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