Succhiami il cazzo cornuto, il cazzo duro di Marco

Succhiami il cazzo cornuto, il cazzo duro di Marco

Succhiami il cazzo cornuto, il cazzo duro di Marco

«Lascialo. Vieni a vivere con me.» Marco mi ferma e mi fa salire in ascensore per farmi questa proposta. Nel frattempo mi accarezza la vita e i fianchi.

«Non posso. Mi piace vivere con lui. O, se preferisci, lo amo.» gli rispondo.

«Non è vero, tu ami me. Solo che hai paura di ciò che provi e non lo vuoi ammettere. Hai paura della deriva dei sensi. Ma se per un solo momento ripensi al nostro modo di amarci, al modo in cui godi tra le mie braccia, alla passione con cui me lo succhi, alle vibrazioni che ti danno le mie mani…»

«Tu confondi i sensi con l’amore. Tu sei una passione dei sensi, ma Giorgio è l’amore.» Marco cerca di baciarmi. Lo respingo.

«Non qui, non senza di lui. Oltretutto siamo in orario di lavoro.»

«Che importa, io ti voglio. Ho il cazzo duro per te, sentilo!» Mi prende la mano e se la porta sul pacco gonfio. Quel meraviglioso pacco, fonte di intensi piaceri. Ho voglia di lasciarmi andare. Ma non posso. Ormai ho preso la mia decisione. Solo io posso decidere, Giorgio, soggiogato com’è dall’autorità che sprigiona il cazzo di Marco, non è in grado.

«Lasciami stare. Non qui, te l’ho già detto. E soprattutto non senza di lui.»

«Cosa cazzo avrà Giorgio per meritare il tuo amore? Ha sedici anni più di te, e dieci più di me. Presto sarà vecchio.»

«Vorrà dire che diventerà più saggio.»

«Saggio. Come puoi amarlo. Hai visto come si è fatto inculare da me? Hai visto come, dopo, mi ha leccato i piedi in segno di devozione e ringraziamento? Come puoi amare un maschio che si lascia umiliare e cornificare così?»

«Non ti devo spiegazioni.»

Si aprono le porte dell’ascensore. Esco rapidamente, lui mi segue. Per sfortuna in giro non c’è nessuno. Mi ferma contro il muro di una rientranza e mi bacia. Cerco di resistere, ma poi le mie labbra mi tradiscono. Cedono, si aprono come si apre tutto di me ogni volta che lui mi prende. Mi limona e con le mani fruga sotto la mia minigonna. Mi scosta i minuscoli slip e introduce un dito nella mia fica. Le mie gambe cedono. Lui mi sorregge con il cazzo. Il porco se l’è tirato fuori dai pantaloni e lo sta spingendo tra le labbra vaginali. Lì, in mezzo ad un corridoio deserto, dove potrebbero scoprirci. Eccolo, ora è entrato tutto. A fatica, data la posizione e le sue generose dimensioni. Mi chiava. Mi chiava ancora, ma questa volta è diverso. Siamo soli. Giorgio non c’è. Il suo sguardo è assente, e mi accorgo solo ora di quanto sia importante quello sguardo. Metà del mio godimento dipende dalla sua presenza, mi faccio chiavare dagli altri per il suo piacere. Con un movimento rapido, con ultimo guizzo di volontà mi sfilo il cazzo dalla fica. Non se lo aspettava, convinto di avermi ormai domata.

«Ti ho già detto. Non senza di lui. Ciao.»

C’è un attimo di stupore prima che mi insegua per bloccarmi, e ne approfitto per infilarmi in un ufficio. Tre o quattro impiegati stanno lavorando e mi guardano esterrefatti. Mi scuso dicendo che ho sbagliato porta, nel frattempo faccio qualche domanda generale, commento la giornata. Poi me ne vado. Voglio imboccare l’ascensore e mi dirigo verso l’ufficio. Marco mi blocca il braccio. Il suo volto esprime tutta l’ira per il rifiuto ricevuto. Non riesce a credere che qualcuno possa dirgli di no, che si possa resistere al suo fascino: «Vi sputtanerò. Dirò a tutti cosa vi ho fatto. Mostrerò in giro i video che abbiamo girato. Quelli in cui tu e il tuo uomo lo prendete nel culo. Vi rovinerò la carriera per sempre.» Lo guardo negli occhi e sibilo:

«Non li hai più, quei video. Li ho presi io mentre Giorgio ti leccava i piedi. Ma soprattutto sappi che tu da domani non sarai più qui.»

«Cosa?»

«Conoscendo quanto sei bastardo, stamattina mi sono presentata dal direttore e gli ho raccontato che mi hai stuprata qui in ufficio, e che intendo denunciarti. Puoi immaginare quanto la notizia lo abbia reso felice. Prestigioso studio legale travolto da uno scandalo sessuale.»

«Non è vero. E tu lo sai. Non puoi dimostrarlo.»

«Posso, posso. Non hai notato che oggi sono arrivata in ufficio più tardi? Prima mi sono recata al pronto soccorso e mi sono fatta visitare da un ginecologo, che ha diagnosticato le tracce di violenza sessuale, sia vaginale che anale di ieri notte. D’altronde il tuo cazzo è così grosso che ogni volta che scopi una donna la violenti, pensa se poi la sodomizzi.»

«Tu eri consenziente, troia!»

«Già, ma il ginecologo, la stampa, la magistratura e la polizia non lo sanno. Prima che tu possa dimostrare la tua innocenza ci vorranno settimane, mesi, forse anni. Nel frattempo, la tua carriera sarà rovinata.»

Marco comprende ora perché il direttore lo abbia convocato per le tre del pomeriggio. Con aria decisa, ma pieno di timori per la possibile risposta, chiede:

«Il direttore cos’ha detto?»

«Mi ha chiesto di non andare alla polizia, di non rovinarci tutti. Allora io, molto benevolmente, gli ho offerto un’alternativa: spedirti nella sede di Londra. Dovresti essere contento: potevo mandarti in galera e invece ti faccio promuovere. Consideralo il mio ringraziamento per i tuoi servigi sessuali. E ti consiglio di non menzionare ciò che è accaduto tra te e Giorgio, perché ho concordato con il capo che la mia denuncia non scatterà solo se tu avrai l’accortezza di non ribellarti e di tacere.»

«Ma è quasi un ricatto. Come hai fatto a convincerlo ad accettare?»
Entro in ascensore. Lui rimane fuori. Prima che si chiudano le porte mi passo la lingua sulle labbra e sussurro: «È un mio segreto.»

Abbiamo appena fatto l’amore, io e Giorgio. Siamo a letto, con le lenzuola che coprono per metà i nostri corpi nudi. In un film, lui fumerebbe. Qui, no, perché non fumiamo. È stato bello far l’amore di mattina. Strano, ma bello. È stato un po’ come ritrovare qualcosa che sembrava perduto per sempre. Ritornare in una dimensione sessuale più domestica dopo gli eccessi cui ci ha costretti, o spinti, Marco. Non lo abbiamo nominato. O meglio, Giorgio ci ha provato, ma io gli ho detto che volevo lui e solo lui. Certo è stato un po’ strano non sentirsi più così aperta, spaccata direi. Le dimensioni di Giorgio sono effettivamente ridotte rispetto a quelle di Marco. Il cazzo di Giorgio, quel bastardo che ho spedito a Londra lo umiliava chiamandolo cazzetto. Non perdeva occasione per demolirne la virilità. Una volta, lo ha chiamato a sé e gli ha ordinato: «Fatti una sega. Fattelo venire bello duro. Voglio far vedere alla tua donna la differenza tra il mio cazzo e il tuo cazzetto. Deve vederla bene la differenza, non solo sentirla dentro di sé.» Giorgio ha cominciato a masturbarsi, e Marco per aiutarlo, lo eccitava: «Bravo, così. Guarda il mio cazzo mentre ti seghi. Guardalo bene, guarda quanto è grosso, e dovresti sentire quanto è duro in questo momento. Pensa a quante volte si è inculato la tua donna questa nerchia… pensa a quando si è inculato te. Te lo ricordi? Ti ricordi come gridavi di amarlo il mio uccello mentre ti spaccavo il culo?» A queste parole, il cazzo di Giorgio svettò, facendo quel che poteva per mostrare la propria aitante virilità – pur nelle sue modeste dimensioni, poverino. Io contemplavo la scena, allibita. Questo versante degli uomini, questa loro cazzuta competizione non la conoscevo. Solo con Marco e il suo confronto con Giorgio avevo cominciato a capire perché i ragazzini – come mi avevano raccontato – si sparavano seghe in compagnia. Stabilivano una gerarchia virile. So che Giorgio aveva partecipato spesso a questi riti masturbatori collettivi e ne usciva sempre sconfitto, avvilito. Ognuno ce lo aveva più grosso di lui. Si era anche riproposto di non partecipare più, ma il piacere di contemplare uccelli più grossi del suo lo induceva a continuare. Me lo ha confidato lui stesso, la notte in cui Marco lo ha sodomizzato, permettendogli di realizzare finalmente il suo sogno omosessuale. Giorgio in Marco ha trovato il suo maschio dominatore.

Una volta indurito il cazzo, Marco gli si è affiancato chiamandomi per constatare l’evidente differenza. Tronfio, orgoglioso, il bastardo stava umiliando per l’ennesima volta l’uomo con cui vivo. E quel finocchio – questo pensavo di lui in quel momento – anziché reagire e mandarlo a quel paese o magari dargli un pugno, si lasciava soggiogare. «Vedi Debora la differenza? Questo è il motivo per cui quando ti chiavo io tu godi di più. Cosa cazzo ci fai con un uomo simile, sempre che lo si possa chiamare uomo. Capisco che sia in gamba, fuori dal letto, ma tu sei una femmina calda. Tu hai bisogno di una mazza come questa.» E per meglio farmi capire a cosa si riferisse, ha afferrato il proprio uccello alla base, là dove si attacca allo scroto, e lo ha scosso platealmente, oscenamente. Poi, con sarcasmo, mi ha invitata a constatare quasi scientificamente l’enorme differenza. «Non considerare la lunghezza e la larghezza, pensa al volume. Io ti do un cazzo almeno cinque volte più voluminoso.» Giorgio accettava l’umiliazione senza batter ciglio, ma forse dentro di sé la invocava.

La voce di Giorgio mi riporta al presente: «Lo vuoi un caffè?» «Sì, grazie.» Giorgio si alza e sparisce in cucina. Il nostro è stato un amplesso dolce – quasi fossimo adolescenti alle prime armi – immerso nella tenerezza di due persone che si amano. Perché questa è la differenza: Giorgio ha un cazzo risibile rispetto a quello di Marco, ma lo amo. Amo questo uomo che sa dare un significato alla mia vita e ai miei giorni. È il porto sicuro, le braccia tra cui amo rifugiarmi dopo giornate di lavoro intense e sfiancanti. E allora che importa se il suo cazzo è poca cosa rispetto a quello di Marco o di Shamal? Giorgio è il mio uomo e non posso immaginare di vivere una vita senza di lui. Sono bella, desiderata, ma io non bado agli altri, sorvolo sui mille apprezzamenti che mi rivolgono e declino i continui inviti a prendere l’aperitivo col tale o il tal’altro. Uomini vanesi convinti che un’auto di lusso, un’eleganza firmata, un’abbronzatura perenne, una bellezza curata o uno sguardo assassino siano sufficienti per far cadere ai loro piedi qualsiasi ragazza. Come si sbagliano! Giorgio, benché sia bello, non mi ha conquistata per questo. Il suo modo di essere mi ha affascinata e legata a sé. Certo, l’esperienza travolgente con Marco e la sua belluina potenza sessuale mi ha costretta a ridimensionare il valore di amante che gli attribuivo. Marco scopa meglio, ha più cazzo, molto di più, è più duro, resistente e ricco di sborra. Un po’ mi mancherà, mi mancheranno i suoi assalti, anche quelli al mio povero culetto martoriato. Ma me ne farò una ragione non c’erano alternative, non ci sono alternative. A Giorgio non l’ho ancora detto, ma dopo il caffè, quando tornerà a letto di fianco a me, lo saprà.

«Giorgio, devo dirti una cosa.»

Lui mi guarda, attendendo pacificamente.

«Ieri ho scaricato Marco.»

«Che cosa hai fatto?»

«Mi sono sbarazzata di Marco.»

Glielo dico con la massima naturalezza per nascondere l’orgoglio un po’ infantile che provo dentro di me. Non sono stata brava? Mi sono liberata di un’ossessione sessuale che stava avvelenando la nostra vita sentimentale. Se ci si complimenta con chi smette di fumare, ci si potrà ben rallegrare per la mia forza d’animo. Non è facile rinunciare al piacere nella sua forma più estrema, al piacere che confina con la perdizione. Lui è allibito. Tace. Probabilmente vorrebbe dire qualcosa ma non trova le parole. Allora continuo io:

«Non sembri molto contento!»

«Sì, lo sono… però… ». Per paura che continui, che mi riveli un lato di sé che non amo molto, lo interrompo:

«Non potevamo continuare così, lo sai bene. Sai cosa rischiavamo? Di perderci. Si stava insinuando tra noi (in quel momento mi venne in mente che in realtà più che insinuarsi ci penetrava entrambi, e con quale foga), ci avrebbe costretti a lasciarci. Sai cosa mi ha chiesto ieri mattina?»

«Dimmelo.»

«Di lasciarti, per andare a vivere con lui.»

«È per questo che hai chiuso?»

«No. Avevo già deciso. Non sopportavo più le umiliazioni cui ci sottoponeva.»

«Non potevi parlarmene? Avremmo deciso insieme cosa fare.»

«No, non potevo. Secondo me tu non avresti avuto la forza di sottrarti e io avevo, e ho, il diritto di decidere da chi farmi sbattere e da chi no.»

«Davvero credi che mi sarei opposto?»

«La tua espressione quando ti ho comunicato di averlo liquidato mi fa pensare che avresti fatto fatica a rinunciare alle degradazioni che ti infliggeva.»

«No, ti sbagli, ti avrei detto di sì, perché lo sai che il nostro amore viene prima di tutto. Solo che avrei avuto il tempo di metabolizzare la decisione.»

Mi sta facendo adirare, per questo lo ferisco:

«Già, e magari mi avresti chiesto di vederlo un’ultima volta.»

«Perché no, cosa c’è di sbagliato?»

«Ricordi cosa ti aveva promesso? Di infilarti tutta la mano nel culo, di fistarti poderosamente. E sai che lo avrebbe fatto.»

«E con ciò?»

Lo guardo esterrefatta. Questo è Giorgio, il mio uomo? È stato così plagiato dal nerboruto uccello di Marco? Sverginandogli il culo gli ha anche stritolato la dignità maschile?

«Hai mai provato una mano nel culo? Non è bello come quando ti inculano. Quel porco a me l’ha infilata in fica e mi ha fatta morire, pensa nel culo.»

Già, mi aveva infilato un’intera mano in fica, nella mia piccola fichetta. Mi aveva fatta morire, anche di piacere, ma questo a Giorgio non lo dico per non farglielo ricordare. Rivedo la scena. Eravamo nel soggiorno. Marco aveva cenato con noi. Stavamo vedendo uno dei nostri video. O meglio, non lo guardavamo più. Marco dopo avermi accarezzate le cosce, stava esplorandomi la fica con un dito. Mi sussurrava: «Come sei bella, come sei bella… Ti amo!» Sembrava in trance. Era la prima volta che dichiarava di amarmi. Non so se Giorgio, nudo in poltrona vicino a noi, si rendesse conto di cosa stesse sussurrandomi il mio stallone preferito. Le dita diventarono due e pian piano Marco accelerò il movimento del polso. Avanti e indietro, avanti e indietro, come in una chiavata, solo che questa volta mi frugavano le sue dita. Si lasciò andare del tutto e cominciò a esplorarmi con foga, ruotando le dita per allargarmi il buco, quasi a prepararlo a ciò che aveva in mente e di cui io e Giorgio eravamo all’oscuro. Poi le dita divennero tre, poi quattro e infine racchiudendole come un mazzo di asparagi, le fece entrare tutte e cinque, fermandosi all’altezza delle nocche. Io mi inarcavo ad ogni ingresso, tendevo il corpo e mi rilassavo quando le sfilava quasi del tutto. Provavo piacere, ma non avevo idea di quante fossero le dita che mi esploravano. Continuò così per qualche minuto, poi ordinò al mio uomo di prendere il lubrificante. Avevo gli occhi socchiusi, persa in un mondo di piacere. Non comprendevo bene cosa stesse accadendo, forse anche per colpa del vino bevuto:

«Bene – era la voce di Marco a parlare – ungimi la mano e il braccio.»

La parola braccio giunse alle mie orecchie e immediatamente al cervello. Lo spavento mi fece comprendere cosa mi attendesse. La mia fica è stretta, non ha mai figliato e prima di Shamal e Marco non avevo preso cazzi grossi. Per me, agli inizi, persino Giorgio, con i suoi miseri quindici centimetri, mi sembrava un superdotato. Ero proprio stretta laggiù, sia davanti che dietro. I miei tessuti perfettamente elastici, una volta estratto il cazzo, tornavano a richiudersi. Giorgio mi aveva confidato i primi tempi di avere ogni volta la sensazione di sverginarmi e io – come ero ingenua allora – gli dicevo che la colpa era sua perché lo aveva troppo grosso. Aprii gli occhi e, con un pizzico di terrore, vidi il mio uomo spalmare il lubrificante sull’avambraccio di Marco per poi scendere fino alla mano. Tornò a massaggiare l’avambraccio. Lo accarezzava con devozione, quasi fosse un cazzo elefantiaco. Protestai:

«Ti prego, no. Sono troppo stretta laggiù.»

«Non preoccuparti, – mi rispose Marco – questo lubrificante fa passare un cammello nella cruna di un ago.»

Mi venne da ridere, e questo stemperò un po’ la mia paura. Nel frattempo la preparazione del braccio si era conclusa. Giorgio taceva, nel suo sguardo leggevo libidine e trepidazione. Stavano per ficcare una mano, un polso e un avambraccio nel corpo della sua donna. Una penetrazione assoluta, mitologica. Marco infilò nuovamente un dito, poi due, poi tre, poi quattro, poi cinque. Forse perché ero già preparata e forse per l’aiuto del lubrificante, tutto sin qui si svolse senza dolore per me. Quando spinse per far passare le nocche, gemetti. Allora lui ordinò a Giorgio di aggiungere altro lubrificante. Il mio uomo, servizievole, provvide. Marco forzò un po’ e all’improvviso, come se mi avesse lacerata, sentii la mano sprofondare in me. Rimase fermo per un tempo incalcolabile, poi cominciò a ruotare il polso. Contemporaneamente mi sussurrava porcate: «Troietta, dovresti vedere come sei aperta. Questo cornuto non te l’ha mai fatto?»

«No…» gemetti.

«Imperdonabile. Un vero maschio lo fa sempre alla sua femmina. Io avrei provveduto già entro la prima settimana.»

Poi si rivolse a Giorgio: «Ehi, cornuto, procurami uno specchio. Voglio che la tua donna veda come la sto sventrando.» Giorgio sollecitamente si alzò dalla poltrona, il suo cazzetto era durissimo. Gli piaceva proprio vedermi posseduta in tutti i modi da un altro. Tornò in fretta, forse per non perdersi neppure un attimo dello spettacolo del fisting che stavo subendo. Marco prese lo specchio e lo posizionò in modo tale che potessi vedere il suo avambraccio piantato in me. Poi riprese a penetrarmi. Mi sentivo dilatata a dismisura, imploravo affinché la smettesse, ma lui continuava implacabilmente a muovere la mano avanti e indietro, ad allargare le dita dentro di me, a cercare di spingerla più in fondo che mai, quasi volesse infilarvi tutto l’avambraccio fino al gomito. Forse stava esagerando perché nello sguardo di Giorgio lessi l’eccitazione parossistica e al tempo stesso la paura che quel brutale trattamento potesse causarmi danni irreparabili. Poi quando Marco chiuse la mano a pugno dentro la mia fica e cominciò ad accelerare martellandomi ferocemente l’utero, esplosi in un orgasmo pazzesco. Inimmaginabile. Gridai, gridai con tutti polmoni. Chissà cosa avranno pensato i nostri vicini pettegoli. Avevano visto Marco arrivare e la mia vicina, durante i convenevoli sul pianerottolo, se lo mangiava con gli occhi. E che non sa quale strepitoso stallone da monta sia. Temo che quella sera abbiano intuito qualcosa e che dal giorno dopo abbiano sparso la voce dei nostri giochi a tre, sputtanando quel povero cornuto di Giorgio.

«Dove sei?» la voce del mio uomo mi riporta alla realtà.

«Qui.» gli rispondo.

«E lui si è lasciato scaricare senza protestare?»

«No, ma non poteva fare altro. L’ho spedito a Londra.»

«Come hai fatto?» Glielo spiego tranquillamente, tralasciando il dettaglio di quel tenero pompino che ho fatto al capo per aiutare le mie argomentazioni e le capacità di convincimento. Non è obbligatorio che Giorgio lo sappia. In fondo, l’ho fatto per amor suo.

«E adesso?» nella sua voce un senso di smarrimento. Da cosa nasce? Dalla perdita di Marco, il suo inculatore, o dalla paura che io non mi faccia più fottere dagli altri sotto il suo sguardo voglioso. «Adesso, niente. Riprendiamo il discorso là dove lo avevamo interrotto. Shamal sarà forse offeso dalla nostra repentina scomparsa. Forse vorrà punirmi inculandomi. Tu che ne dici?»

Il suo sorriso parla per lui ma sopratutto il cazzo duro nei suoi pantaloni

Continua…

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