Succhiami il cazzo cornuto, il ritorno dello stallone

Succhiami il cazzo cornuto, il ritorno dello stallone

Succhiami il cazzo cornuto, il ritorno dello stallone

Sono le nove di sera, io e Giorgio abbiamo appena terminato di cenare. Io indosso un abitino leggero. Dalle finestre aperte entra il caldo delle sere d’estate. Ci piace la brezza sulla pelle. Giorgio ha la camicia slacciata su un paio di pantaloncini che solitamente usa quando va a correre nel parco. Suonano alla porta. Vado ad aprire. Resto di sale. Lì, davanti a me, sul pianerottolo c’è Marco. Sorride e mi porge un gran mazzo di rose rosse. Un tuffo al cuore, come se il mio fosse amore. Possibile che io ami due uomini, Giorgio e Marco? Certo, per molti versi sono complementari, si integrano bene, ma giungere ad amare contemporaneamente due antagonisti mi pare impossibile. O l’uno o l’altro. E io, costringendo Marco a Londra, la mia scelta fino ad un attimo fa l’ho compiuta. Ma adesso? Adesso che l’ho qui di fronte a me, bello, elegante nel suo completo di lino beige e una camicia pervinca, sfrontato nel suo sorriso impertinente, adesso non sono più così sicura. Lui si china e mi bacia le guance. Io ricambio. Lui si complimenta per il mio stato di forma e per l’abitino che indosso, che gli consente di osservare generosamente il mio corpo. Lo faccio accomodare in soggiorno e chiamo Giorgio, che rimane interdetto a sua volta. Siamo tutti e tre in piedi, come personaggi di una qualche commedia teatrale.

«Sono tornato. Da oggi sono in ferie. Come state?»

Tanto lo ho odiato per quello che ci faceva, per come ci soggiogava entrambi, tanto ora gli salterei al collo e lo limonerei tutto. Il mio stallone è tornato. Il mio montone mi trafiggerà ancora. E chissà come sarà brutale per vendicarsi dello scherzo di averlo spedito a Londra come un pacco postale. Se potessi lo metterei subito alla prova.

«E dove andrai in vacanza?»

«Non ho ancora deciso. A te dove piacerebbe andare?»

«Un’isola sperduta della Grecia.»

«Bene, prepara la valigia. Domani partiamo. A te, Giorgio, non dispiace se io e Debora trascorriamo una settimana di vacanza insieme?»

Giorgio non trova parole. E neppure io, sebbene dentro di me senta suonare le campane di Pasqua.

«Scherzavo Giorgio. Non ti lascerei mai a casa da solo. Tu verrai con noi, prenderemo due camere, una matrimoniale per noi e una singola per te, così tutti capiranno che sei il mio cornuto

È tornato deciso a vendicarsi, ora lo so. Il tono gioviale è solo una maschera. Se potesse trasformare il suo cazzo in una vera lancia per lacerarci il cuore, fino a farlo sanguinare, lo farebbe. Odio questo suo tono e tuttavia la mia fica è già bagnata. Sono senza gli slip, se mi toccasse ora capirebbe quanto mi eccita vederlo qui e ora. Con lo sguardo deciso di un vendicatore.

«Allora, ragazzi, dove andiamo in ferie?»

Giorgio finalmente trova la parola: «Ma io devo lavorare ancora due giorni.»

«Sì, ma Debora è libera da oggi, come me. Non a caso lavoriamo nel medesimo studio, perciò potremmo fare così. Io e lei ci avviamo e poi tu tra tre giorni ci raggiungi. Che ne dici?»

Bastardo, si è informato attraverso l’ufficio amministrativo e ha fatto in modo di prendere le ferie insieme a me. Direi che il periodo londinese gli è servito per covare la vendetta. Decido di intervenire:

«Scusa, caro, perché non mi chiedi se sono d’accordo?»

«Perché lo sei! Ne vuoi la prova? Eccola» infila la mano sotto il mio abito, trova la fica nuda e vi infila il dito medio, per poi estrarlo tutto umido. Con aria di trionfo me lo mostra e poi lo mostra a Giorgio.

«Vedi, – continua – lei, a differenza di te, non mente. Lei non nasconde il suo desiderio erotico. Lei non fa il contrario di ciò che vorrebbe veramente.» Incurante di tutto, infila nuovamente il dito medio e poi vi aggiunge l’indice. Le gambe non mi sorreggono più. Lui mi abbraccia per non farmi cadere e mi sdraia sul divano, si inginocchia e comincia a leccarmi la fica. Giorgio è sempre lì in piedi. Chissà se ha capito cosa sta succedendo. Come posso non notare la decisione e la mascolinità dello stallone nel prendermi, contro l’incapacità di Giorgio nel difendermi dagli assalti di un maschio. Da quando lo cornifico su sua richiesta, mi pare che regredisca sempre più, che ogni giorno di più sia sempre meno maschio. Come potrò vivere una vita con lui se la sua virilità si sta dissolvendo come nebbia al sole? Marco è un’altra cosa, il mio stallone sa cosa farmi e sa cosa farsene di una donna. Con lui sarei solo sua. Non mi lascerebbe toccare da nessun altro, anzi se qualcuno si azzardasse a provarci sarebbe capace di ammazzarlo di botte. Mi sta leccando e tra un po’ mi riempirà di cazzo, e che cazzo: sarò nuovamente sua. All’improvviso esplode dentro di me un orgasmo clitorideo intenso e prolungato. Ora so che il mio stallone è tornato per me, solo per me. Senza scuse, senza preamboli.

La notte è trascorsa nella veglia d’amore. Marco mi ha chiavata per ore, con la foga di chi non fotte da mesi, come se a Londra si fosse mantenuto casto e non avesse fatto altro che pensare a me. Giorgio era annichilito. Non riusciva neppure a masturbarsi come al solito. Non gli ha leccato il cazzo, non ha manifestato adorazione per questo semidio, per questo stallone che rientrava nella nostra vita. Più forte delle congiure, Marco è tornato. Dopo, quando all’alba Marco se ne è andato, sono andata a fare la doccia. Ho diretto il getto della doccia anche dentro la fica, fino a riempirla. Una piacevolissima sensazione di calore, poi l’ho lavata con cura. Forse non servirà, ma io so di aver bisogno di compiere gesti rassicuranti. La sbornia è passata, torna il buon senso. Rientrando in camera vedo Giorgio depresso come un fallito. Negli occhi una grande tristezza. Il trasporto con cui io e Marco facevamo l’amore, la constatazione che lui per noi in quei momenti non esisteva, che eravamo due amanti soli in una camera, a dispetto del mondo, lo hanno distrutto. Probabilmente, per la prima volta ha provato il terrore di perdermi. Forse ha pensato che questa fosse la logica conseguenza del gioco che ha voluto cominciare lui stesso. Provo pena per lui, lo accarezzo, lo coccolo. Mi allontana dicendomi:

«Non ho bisogno della tua compassione.»

«Non sai riconoscere l’amore dalla compassione?»

«L’amore è quello che ho visto nascere tra te e Marco stanotte. Ti sei resa conto di cosa è accaduto? Ad un certo punto gli hai chiesto di non venirti dentro e gli hai anche proposto per precauzione di sborrarti nel culo. E lui cos’ha fatto?»
Io taccio. Giorgio riprende:

«Anziché smettere, con l’aria di trionfo di un vincitore che infierisca sull’avversario sconfitto, ha cominciato a fotterti con maggiore foga, gridando “Mia bella troia, ti ingravido, ti ingravido tutta, ti farò fare un figlio mio”. E poi, eccitatissimo ha cominciato a sborrati nella fica. Un colpo, due colpi, tre, quattro, … ogni colpo un fiotto. E ad ogni colpo gridava “Toh, troia. Prendila tutta la mia sborra”. Sembrava non dovesse smettere mai, sembrava un fiume in piena.»

«Perché non lo hai fermato il tuo stallone da monta?»

«Io non sapevo cosa tu volessi in quel momento. Sembravi invasata e perduta tra le sue braccia. Perché non lo hai fatto sfilare tu? Bastava uno scarto laterale…»

«No, lo sai che non sarebbe bastato. Quando il suo cazzo si pianta dentro profondamente non è facile farlo uscire. Bisogna dibattersi parecchio. Tu potevi intervenire, potevi dimostrare quanto tieni a me, al punto di batterti con il profanatore della tua donna. Invece non hai fatto nulla. Da quando è entrato in casa fino al momento in cui mi ha riempita di sperma, non sei stato capace di far nulla.»

Ferito dalle mie parole, Giorgio ammette: «Hai ragione. Non ero in grado. Ero paralizzato da ciò che vedevo accadere… ». Improvvisamente si mette a piangere. Cazzo, non me l’aspettavo. Lo abbraccio, cerco di consolarlo. Lo stringo a me. Poi, convinta che far l’amore ci aiuterà a superare questo momento di crisi emotiva, lo bacio. Lo bacio tutto, scendendo fino al suo cazzo, che con tre colpi di lingua si erge baldanzoso, dopo mi metto a cavalcioni, infilandomelo dentro. Non è lo stesso senso di pienezza che provo con Marco, ma la posizione in cui sono mi permette di dosare un po’ la sensazione della sua presenza dentro di me. Lo cavalco simulando l’eccitazione (non mi era mai successo prima) fino a farlo sborrare dentro di me. Mentre viene, mentre il suo sperma penetra profondamente in me, lo sento fragile, sento che la sua è una sessualità indebolita. Giorgio si sta appisolando. Lo guardo e mi accorgo di amarlo, ma se come maschio è inservibile, che cosa ne sarà della nostra relazione? L’amore senza eros diventa affetto, appassisce. Ma da quando ha voluto le corna, non sa più chiavarmi. Non è colpa mia, lo ha voluto lui, eppure mi sento in colpa, perché ogni volta che scopo sotto i suoi occhi con stalloni superdotati mi sembra di contribuire alla disgregazione della sua identità sessuale. Umiliazione dopo umiliazione, Giorgio sta regredendo. Così non si può andare avanti, ma al tempo stesso, ora che è tornato Marco, non sono sicura di poter fare a meno di questo modo intenso di vivere il sesso. Mi alzo e vado nello studio, mi siedo alla scrivania, prendo un foglio e la sua penna stilografica per cominciare a vergare una lettera. Gli dirò che sarà meglio prenderci una pausa di riflessione, separarci per qualche tempo, in modo da poter capire cosa veramente vogliamo rispetto al nostro futuro. Gli chiederò di non cercarmi, tanto sa dove sarò, e di cercare non tanto di capirmi, quanto di ritrovare se stesso. Gli ricorderò che lo amo sempre, come prima e più di prima. Firmata la lettera, inorridisco, perché mi rendo conto che lo sto lasciando. Sta accadendo l’impensabile. In fretta e furia, per paura che si svegli, preparo la borsa con l’essenziale, ed esco di casa. So dove andare. Non sono sicura di fare la cosa giusta, ma sicuramente la necessaria. Devo vivere la passione con il mio stallone fino in fondo, fino a che non si esaurisca, perché si sa che la passione prima o poi svanisce. E se non c’è l’amore, la coppia non sopravvive. Vado da Marco per accelerare il processo di distacco da lui, dal suo grosso cazzo duro. Detta così sembra solo un elegante alibi per andare a farmi fottere dal proprietario del più bell’uccello che sia mai entrato in me, eppure io so che è la verità. Vado in vacanza con il mio stallone reale, me lo ha chiesto in un sussurro dopo l’amore. Ci vado per liberarmi dell’ossessione che lui rappresenta per me. E se dovesse andare tutto bene, probabilmente mi chiederà di seguirlo a Londra o magari chiederà di tornare qui. Per me non c’è problema, in un caso o nell’altro saprò convincere il mio capo ad accontentarmi. In fondo, i buoni argomenti non mi mancano. E lui lo sa.

Continua…

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